Attacco alla caserma, viaggio nel regno che fu dei Di Lauro e oggi è campo di battaglia di tre clan

Giovedì 21 Aprile 2016 di Daniela De Crescenzo

«La nostra parrocchia sta all'incrocio della zona d'influenza di tre clan, Di Lauro, Scissionisti e Girati, tra di loro si scatenano spesso, ma in questo momento non abbiamo notato particolari tensioni. Qua, con la camorra vera che comanda, non ci sono raid di ragazzini inferociti»: padre Vincenzo D'Antico, parroco dei Sacri Cuori di Secondigliano, la sua gente la conosce bene e sa che le forze dell'ordine, per chi vive sotto il giogo della camorra, sono quanto di meglio lo Stato riesca ad offrire. E allora: se la gente perbene, che a Secondigliano è tanta, non si sognerebbe mai di aggredire un poliziotto o un carabiniere, se i malavitosi sono impegnati a mantenere il fragile equilibrio che permette a tutti di fare soldi a palate, chi è stato quell'incosciente che all'alba di ieri ha sventagliato il mitra contro la caserma di vico Censi?Se lo domandano in tanti tra Cupa dell'Arco e Rione dei Fiori. E tanti hanno paura.

L'ipotesi peggiore, quella che fa tremare ma non trova fortunatamente alcun riscontro è che la sparatoria possa essere il fuoco di apertura di una nuova guerra. L'ennesima. Si, perché la caserma dei carabinieri assaltata, si trova al centro di quello che fu il regno di Paolo Di Lauro e che poi è diventato un campo di battaglia. Ciruzzo il Milionario, abita, e ha sempre abitato con la sua numerosa famiglia (ha avuto nove figli), in via Cupa dell'Arco in un palazzotto poi sequestrato: ed è là che vive ancora la moglie, Luisa D'Avanzo, con i pochi parenti che non sono in galera e non hanno per ora preso la via della latitanza. Quella dei Di Lauro è una storia che farebbe la gioia di un romanziere dell'Ottocento: figlio di madre nubile, Paolo fu abbandonato alla nascita, poi riconosciuto dalla madre, fu alla fine adottato dalla famiglia Di Lauro.

Negli anni seguenti avviò la sua carriera criminale uccidendo, insieme al cognato Enrico D'Avanzo, un parente della moglie, il boss Aniello La Monica che aveva dominato incontrastato fino a quel momento su Secondigliano. Da quel momento l'ascesa del milionario fu tanto vertiginosa quanto silenziosa: proprietario di un'azienda di pelletteria, la Vailant, Di Lauro rimase praticamente sconosciuto alle cronache criminali fino ai primi anni del 2000, pur avendo comprato, spiegano i collaboratori di giustizia, già una bella fetta del paese confinante, Melito. La sua unica fotografia, fino a quel momento, era stata scattata quando era stato convocato dall'allora pm Luigi Bobbio: il figlio Nunzio aveva organizzato un commando per picchiare un docente della Pascoli II che aveva osato rimproverarlo. Il prof morì poco dopo, ma, Ciruzzo si presentò dal magistrato, chiese scusa, giurò che avrebbe punito il figlio e tornò a casa. Il rispetto formale per magistrati e forze dell'ordine, non era mai mancato tra i Di Lauro e ancora oggi gli uomini dello Stato che periodicamente vanno a perquisire l'appartamento ancora abitato dalla moglie, raccontano di incontrare una donna tranquilla, rispettosa, che non manca mai di offrire il caffè. Camorra vecchio stampo.E tanti sono pronti a giurare che se don Paolo non fosse stato costretto alla latitanza da un'ordine di cattura, a quest'ora la pax camorristica non sarebbe mai stata rotta: al rione dei Fiori trasformato alla fine degli anni Novanta dal clan in un'enorme piazza di spaccio, si continuerebbe a vendere tranquillamente ogni tipo di droga importato direttamente dal Centro America dalla premiata società Di Lauro Spa, creata con Raffaele D'Amato e un altro pugno di malavitosi pronti a investire nell'affare del secolo. Fu infatti il figlio del Milionario, Cosimo, a pretendere di mettere a busta paga i soci del padre che preferirono, invece, dare battaglia. E fu la prima faida, alla quale seguirono la seconda e la terza faida con l'entrata in scena dei «girati» della Vanella Grassi, un gruppo di gregari che aveva deciso di mettersi in proprio.E in dieci e passa anni di guerra la gente di Secondigliano e di Scampia ha subito di tutto: ha vissuto barricata in casa per paura di finire nel fuoco incrociato, ha dovuto chiedere permesso pure per invitare un amico, ha rinunciato agli ascensori per difendere le abitazioni dei boss, è stata sloggiata dalle case degli enti pubblici e qualche volta ci ha anche rimesso la vita, come Attilio Romanò o Gelsomina Verde o Lino Romano. La paura tra Cupa dell'Arco Rione dei Fiori è più che altro un'abitudine: «Alla Berlinguer facciamo sempre lezione con i cancelli chiusi», spiega la dirigente scolastica Giuditta De Rosa. E Rosalba Matrone, dirigente della Pascoli, spiega: «La tensione c'è sempre. E come potrebbe non essere così quando la maggior parte dei ragazzi ha i genitori detenuti?». Eppure nell'ultimo periodo nessuno aveva avvertito un particolare clima di tensione. Spiega Tommaso Russo, responsabile del gruppo Gesco che si occupa dell'educativa territoriale e dal 6 aprile ha inaugurato la nuova sede nella scuola Marta Russo di Cupa dell'Arco «Negli anni scorsi abbiamo attraversato momenti difficili, ma ultimamente il clima sembrava tranquillo».

Niente guerra, e qua di «guaglioncielli» che organizzano i raid finora non ce ne sono stati. E soprattutto: chi abita a Secondigliano ha visto di tutto. Ma un assalto alla caserma dei carabinieri fino a ieri era rimasto impensabile. E allora? E allora non resta che sperare in un gesto isolato, in un caso irripetibile. Perché, concordano il parroco Vincenzo D'Antico e il presidente della Municipalità, Vincenzo Solombrino: «Qua la gente si fida dei carabinieri e dei poliziotti». La protezione se arriva dallo Stato, nelle zone di camorra, porta la divisa.

Ultimo aggiornamento: 6 Maggio, 15:06