Quella gran rompiballe della mamma di Arturo

di Vittorio Del Tufo

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Vorremmo sbagliarci, ma abbiamo l'impressione che una parte dell'intellighenzia cittadina consideri la mamma di Arturo una gran rompiballe. Certo, nessuno lo dice apertamente, trattandosi di una donna la cui vita è stata squassata da un dramma familiare, ma la sovraesposizione mediatica della signora Maria Luisa Iavarone, fino al 18 dicembre sconosciuta ai più, sta facendo storcere più di un naso. Lei, la mamma del ragazzo accoltellato, è quella che «sta sempre in tv», è quella che «non se ne può più, è dappertutto», è «prezzemolino ogni minestra» che pontifica ogni giorno sull'allarme baby gang discettando di delitti e castighi, di soluzioni e rimedi, con una proprietà di linguaggio che evidentemente deve apparire una colpa, al punto che qualche commentatore l'ha addirittura accusata di voler «vincere facile», di voler «umiliare e ridurre al silenzio» le povere e sventurate mamme di quelli che hanno quasi sgozzato suo figlio. Mamme che non riuscirebbero a tenerle testa perché «confondono congiuntivi e condizionali». Dalla lotta alle baby gang, dunque, siamo passati direttamente alla lotta di classe.

Fa una certa impressione il fastidio che da più parti, soprattutto in certe élite culturali, sembra emergere nei confronti di questa donna che ha scelto di trasformare il dramma in passione civile, proponendo - ovunque le capiti: e le capita spesso, visto che viene continuamente invitata a farlo - progetti, analisi e testimonianze. Dunque un modello di cittadinanza attiva. Ci siamo sforzati, in questi giorni, di comprendere dove sia la colpa della signora Iavarone. Nell'iperpresenzialismo, ovvero nell'assidua partecipazione a dibattiti e manifestazioni pubbliche allo scopo di mettersi in mostra? Diffidiamo anche noi dell'iperpresenzialismo, e più in generale di quelli che hanno sempre tanto da dire, e su tutto. «Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire», affermava Alda Merini. Tuttavia bisognerebbe discernere caso per caso e riconoscere alla mamma di Arturo il sacrosanto diritto non solo di offrire un contributo al dibattito, ma soprattutto di dare un senso a una violenza insensata, di «gestire» un dolore che dal punto di vista di un genitore è forse ingestibile, e bisognerebbe passarci. Tutto questo inevitabilmente rischia di trasformarsi in una sovraesposizione, ma esporsi e metterci la faccia, senza altri interessi, e farlo mettendo in campo la propria cultura e il proprio linguaggio, è un titolo di merito, non una colpa. 

In passato altri semplici cittadini, soggetti privati, trovandosi al centro di dolorosissime vicende di cronaca hanno scelto di trasformare il dramma (e la rabbia) in impegno, diventando, in alcune occasioni, soggetti pubblici. Vogliamo citare il caso di Alessandra Clemente, a cui la camorra ha ammazzato la madre, Silvia Ruotolo, nel giugno 97. Oggi Alessandra fa l'assessore nella giunta di Luigi De Magistris: per lei il destino ha riservato, forse, un futuro da politico, ma dubitiamo che sia questa per lei la cosa importante. Alessandra ha sempre pensato, con un'ostinazione ammirevole, che per mandare via la notte, per elaborare il lutto, bisognasse reagire mettendosi a disposizione degli altri. Deve aver pensato più o meno la stessa cosa Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, ormai da tanti anni simbolo dell'impegno civile contro la camorra.

La cosiddetta società civile viene spesso accusata di restare alla finestra, o chiusa nei suoi ovattati salotti, mentre tutt'intorno il disfacimento avanza. Non vorremmo che, assieme al disfacimento, avanzasse anche lo snobismo culturale di certe élite sempre pronte a gridare all'indifferenza della borghesia cittadina salvo poi accusare di «presenzialismo» chi indifferente non è, non vuole esserlo e desidera anzi dare un contributo mettendo in campo le armi di cui dispone: spesso le sole parole. Si fa un gran parlare dei «migliori» che rifiutano di scendere in campo o di andare in trincea. Poi, quando avviene, li si guarda con fastidio: «Hei, tu, sempre a pontificare!». Ma è proprio allora che i «migliori» scelgono di starsene in disparte e in silenzio, magari di tapparsi in casa. 

Dovremmo fare tutto il possibile per evitare che questo accada. La sovraesposizione, la fermezza e la tenacia della mamma di Arturo possono apparire quasi irrituali, proprio perché stridenti con l'ostinato silenzio di altre madri di quello stesso quartiere dove è avvenuta l'aggressione al ragazzo. Anziché accusare la madre della vittima di volersi mettere in mostra e salire in cattedra, forse dovremmo provare a interpretare e far nostro il suo sentimento di rabbia. E soprattutto il suo desiderio di capire.
Lunedì 5 Febbraio 2018, 09:59
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