Vesuvio e Faito, dopo gli incendi
le colate di fango | Video

Martedì 12 Settembre 2017 di Rosa Palomba
Acqua che togliesse sete. Per cinque mesi l'hanno invocata agricoltori, allevatori, cittadini oppressi dall'afa, e pubbliche amministrazioni alle prese con i disagi idrici. Ma il passaggio da un'emergenza all'altra è avvenuto in poche ore e con qualche abbondante temporale. Tutto annunciato già a luglio nei bollettini meteo e negli allarmi dei geologi. Ma puntuale come l'autunno, con le piogge è piombata anche la devastante emergenza idrogeologica. E come previsto dagli esperti, soprattutto nelle aree devastate dagli incendi estivi. Vesuvio, monte Faito, costiera sorrentina, area flegrea e Ischia, stretta nella morsa dell'emergenza post terremoto e del disastro maltempo con rischio frane. Nelle città napoletane in poche ore massi dai costoni sono rotolati a valle; colate di fango hanno invaso le strade e anche i binari dei treni; scantinati si sono allagati e famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.
 


La «lava» di acqua, tronchi, detriti e rifiuti, nei centri dei monti Lattari si è poi scontrata con quella del Sarno straripato e le strade sono subito apparse come fiumi in piena. Impossibile riaprire le scuole in molti centri. Nella città degli Scavi di Ercolano è venuta giù la strada che dal casello autostradale conduce al Vesuvio. Ex via Cook, la strada del generale americano che dopo la Seconda Guerra mondiale, nel luogo in cui si verificò anche un'eruzione, costruì una stazione. La stessa su cui l'ente Parco Vesuvio negli ultimi anni ha investito per ridurre il «traffico» nell'area protetta. La voragine ha catturato un camion, abilmente l'autista è riuscito a scappare dal finestrino. A Oplonti, con i suoi Ori archeologici finalmente in mostra nell'ex Municipio di Torre Annunziata, continuano i crolli dei cornicioni dai palazzi vecchi e abitati. Così fino a Sorrento, Torre del Greco, Napoli. Uno scenario da day after, con tombini saltati, caditoie bloccate e fogne pronte a saltare. Risultato di alcuni mesi di incendi che hanno divorato decine di ettari di boschi e reso il territorio, già aggredito da cemento-pirata, ancora più esposto ai noti rischi idriogeologici.

«La cosa più stonata è che ancora esistano vuoti legislativi in territori così fragili e compromessi dalla mano dell'uomo - dice Gilberto Pambianchi, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell'università di Camerino e presidente dell'ordine dei Geomorfologi - Basterebbe la regola del buon senso, invece bisogna lavorare affinché norme scritte impongano ai sindaci e agli enti di gestione dei Parchi nazionali di intervenire immediatamente dopo gli incendi con opere di ingegneria naturalistica, tenendo conto di quanto può capitare se più rivoli o piccoli torrenti arrivano a valle». Per esempio, spiega il professore Pambianchi, con piccoli sbarramenti o incanalamenti delle acque nelle aree che a causa delle fiamme hanno subìto disboscamenti e modifiche del terreno: «Invece - conclude - attualmente i sindaci si limitano a definire divieti entro cinque o dieci anni successivi l'evento. I primi cittadini devono invece essere più pesantemente obbligati alla manutenzione di fogne e depuratori: le acque che arrivano a valle contengono alte concentrazioni delle stesse sostanze tossiche che compongono le polveri sottili ma anche detriti che non consentono all'acqua di defluire».

L'allarme sulle conseguenze della pioggia era stato diffuso già due mesi fa: «Purtroppo siamo stati facili profeti - dice Micla Pennetta, docente di Geologia Ambientale e Rischi Naturali dell'università Federico II di Napoli - Ora le aree più a rischio restano quelle interessate dai roghi di quest'anno ma anche degli anni precedenti, in Campania come in tutta Italia. Bisogna assolutamente monitorare i versanti e i territori colpiti dal fuoco e farlo prima che arrivino le altre piogge perché sul Vesuvio, come dentro ogni altra montagna, la cenere generata dagli incendi impermeabilizza i suoli, impedendo la lenta infiltrazione delle acque piovane nel terreno. Bisogna fare rilevamenti geomorfologici di dettaglio sulle aree che possono generare criticità e individuare le condizioni di pericolo».

«I codici relativi ai vari allarmi meteo sono basati su modelli numerici trasmessi dai radar meteorologici che danno un allarme generico - dice Franco Prodi, geofisico e climatologo, esperto di nubi e grandine - Poi però occorre che il ricercatore si concentri su quello che sta accadendo dentro la nuvola e si accorga se ci sarà un'emergenza, anche tenendo conto del tipo di pioggia che sta per arrivare e su quale bacino. È poi indispensabile la grande collaborazione con chi dovrà operare sul territorio. Osservazione e prevenzione: la scienza e la tecnologia lo consentono, lasciando anche ampi margini di tempo. Con la meteorologia è possibile prevedere prima che accadano disastri ed evitare di sentirci vittime di eventi atmosferici che impropriamente chiamiamo bombe d'acqua. Puntuale come a ogni temporale, cresce la conta dei danni nei Comuni colpiti da qualche ora di pioggia. E l'acqua che doveva appagare viene accolta come l'ennesimo dramma.