Napoletano ucciso in Messico, l'ombra del narcotraffico

Sabato 6 Aprile 2019 di Mary Liguori
La vittima e il presunto killer

Come muore un napoletano in Messico? Cercando di fregare gente vicina ai cartelli, compaesani che vivono lì da più tempo e sono legati a gente che conta, o cercando di entrare nel business che muove l’economia del Paese. Il narcotraffico. Risale alla sera di giovedì l’omicidio dell’ottavo italiano, il quarto napoletano, che avviene nella terra dei Maya dal 31 gennaio del 2018. La sparatoria è costata la vita a Salvatore De Stefano, napoletano di trentasei anni che viveva dal 2009 a Città del Messico.
 
Titolare di un negozio di ferramenta, secondo i media messicani, vendeva elettrodomestici di scarsa qualità spacciandoli per prodotti d’eccellenza. Eppure il «tiroteo» al ristorante Bella Donna, nella Colonia Cuauhtémoc, zona «in» della capitale che costeggia il Paseo de La Reforma, non sembra un regolamento di conti legato alle truffe. Perché c’è, nel passato di De Stefano, un arresto per droga avvenuto in Messico. E, dicono i testimoni dell’omicidio, due amici della vittima e un cameriere, i killer hanno «maledetto» l’uomo parlando in italiano prima di sparargli. La polizia messicana ha diramato una foto del killer, fuggito in sella a una motocicletta dopo l’agguato. La Farnesina sta seguendo il caso anche se non c’è stato per ora alcuno scambio informativo tra la polizia italiana e quella messicana.

Secondo quanto si è appreso, i sicari, di cui uno vestito di blu che calzava un cappellino scuro, sono entrati all’interno della pizzeria mentre De Stefano si accingeva a pagare il conto. Uno dei due ha aperto il fuoco mirando al solo 35enne napoletano. In un primo momento si era parlato di rapina, tuttavia alcune ore dopo l’agguato, alla luce delle attività illegali nelle quali e Stefano pare fosse coinvolto, la vicenda ha assunto tutt’altra fisionomia. 

Se negli anni 90 era la Baviera tedesca il paradiso dei truffatori di casa nostra, da qualche anno a questa parte la terra prediletta dai «magliari» sembra essere diventato il Messico. Un fenomeno di cui si è appreso quando si sono perse le tracce di Raffaele Russo, Antonio Russo e Vincenzo Cimmino, i tre napoletani desaparecidos a Tecalitlàn, nello Stato di Jalisco, il 31 gennaio del 2018. Come De Stefano pare trattassero in merce contraffatta. Il 36enne ucciso a Città del Messico vendeva macchinari ed elettrodomestici di produzione cinese che si facevano pagare spacciandoli per tedeschi. Attività, quella dei «pacchi», che accomunano diversi campani che si sono trasferiti in Messico e che, ironia della sorte, si sono intensificate da quando, dopo l’arresto del Chapo, i cartelli hanno ingaggiato una guerra che ha seminato centinaia di morti sia sulla costa pacifica che negli Stati interni. 

Quello dei «magliari» campani in trasferta è un business talmente radicato che su internet si trovano dei manuali che mettono in guardia i potenziali acquirenti dalle truffe. Le vittime sono titolari di officine meccaniche e contadini. Ma in un Paese in cui il ricorso alla violenza e alla giustizia fai da te sono più comuni delle denunce alla polizia, pensare che c’è chi rischia la vita per truffare il prossimo proprio sembra incredibile. E infatti, tra le ipotesi al vaglio per inquadrare il fenomeno c’è quella che dietro il traffico di elettrodomestici ci siano altri affari nei quali molti campani si sono inseriti. Con sorti alterne. A volte fatali. 
 

Ultimo aggiornamento: 8 Aprile, 08:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA