Un market della droga davanti al Comune di San Giorgio: le donne al comando del clan

Mercoledì 13 Dicembre 2017 di Dario Sautto

SAN GIORGIO A CREMANO - «Se abbiamo torto noi, ci facciamo dare ragione». Immacolata Iattarelli, 55 anni, aveva le idee chiare. La moglie di Ciro Troia alias «Gelsomino», insieme con i figli Francesco e soprattutto Vincenzo detto «'o tumore», 29 e 38 anni, aveva imposto il monopolio nelle piazze di spaccio di San Giorgio a Cremano. Era lei, insieme alla nuora 27enne Concetta Aprea, a gestire il clan e la cassa, visto che ormai i Troia sono detenuti da cinque anni. Ieri mattina, 130 uomini del comando provinciale dei carabinieri di Napoli hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Giovanna Pollio del tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale Antimafia nei confronti di 39 persone (32 in carcere, una ai domiciliari e sei divieti di dimora), accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso e di associazione dedita allo spaccio di stupefacenti e di banconote false. «Questa inchiesta ha dimostrato la presenza e la forza del clan Troia a San Giorgio, con due donne che gestivano la cassa e le mensilità», spiega il colonnello Filippo Melchiorre, comandante del gruppo carabinieri di Torre Annunziata. Questo in alleanza con i Rinaldi e i Reale di San Giovanni a Teduccio, e in contrasto con gli Abate e i D'Amico.
 


Le indagini, condotte tra il 2010 e il 2016 dai carabinieri della stazione di San Giorgio a Cremano (luogotenente Gerardo Avolio) e della compagnia di Torre del Greco (capitano Emanuele Corda), hanno permesso di ricostruire tutta l'organizzazione che gestiva ormai autonomamente proprio dal clan Abate dei «cavallari» i rifornimenti di cocaina, crack, marijuana e hashish per otto piazze di spaccio cittadine. La principale aveva il suo quartier generale in un centro scommesse nei pressi del centro e la vendita di droga avveniva praticamente davanti al municipio di San Giorgio a Cremano, a favore di telecamere. Ruolo importante era rivestito da un minorenne, il 17enne R.F., che andava in giro armato, prendeva ordinazioni, gestiva le consegne e aveva a che fare direttamente con i gestori delle piazze.
 
Nel corso delle indagini, due sono stati gli episodi clamorosi avvenuti a San Giorgio: prima la bomba contro l'auto della donna boss Iattarelli, poi l'incendio di un'altra vettura sul tetto della quale era stata sistemata la testa di un maiale. Avvertimenti, questi, arrivati dal clan D'Amico che stava provando a prendere il controllo delle piazze di spaccio, pensando che il potere del clan Troia fosse indebolito visto che al comando c'erano le due donne. Invece gli atti intimidatori non hanno avuto esito. Anzi, i Troia hanno continuato a gestire fiumi di droga e, da piazza Municipio, lo spaccio si era spostato anche in piazza Vittorio Emanuele, in via Bruno Buozzi, in via Filippo Turati, piazza Trieste e Trento, via Cupa Mare, piazza Troisi, piazza Padre Pio e via Galante. Otto «punti vendita» che dovevano versare la loro quota nelle mani di «donna» Immacolata, la «zia», che ritirava personalmente il dovuto dai vari responsabili delle piazze di spaccio. Poi, i soldi andavano nelle mani di Concetta Aprea, moglie di Francesco Troia, vera e propria ragioniera del clan, che gestiva la cassa e le «mesate» per detenuti e affiliati. Un sistema ormai collaudato, raccontato da alcuni pentiti e riscontrato dai carabinieri, che sono riusciti ad intercettare anche i colloqui in carcere tra i figli detenuti e la madre. Ma nelle mani degli investigatori sono finite anche le lettere scambiate in carcere con gli affiliati che si lamentavano delle «mesate» non arrivavano puntuali, soprattutto agli affiliati detenuti, ed era proprio «colpa di zia Immacolata».

Dal carcere, però, era Vincenzo Troia a dare ordini, anche alla madre. Enzo «'o tumore» era stato accusato e poi assolto (anche in Cassazione) per l'omicidio di Vincenzo Liguori, padre della giornalista del Mattino Mary. Il 13 gennaio 2011, Liguori era all'esterno della sua officina, quando un killer uccise a colpi di pistola Luigi Formicola: un proiettile vagante, però, lo colpì mortalmente. Troia era ritenuto dall'Antimafia il mandante di quell'omicidio di camorra, ma le accuse non hanno retto in appello. A distanza di cinque anni dal suo arresto, Vincenzo Troia era prossimo alla scarcerazione per fine pena, ma adesso le nuove accuse lo relegano in cella ancora per un po', in attesa del nuovo processo.

Madre e figli gestivano l'intera organizzazione, anche con compiti «operativi», esponendosi in prima persona per il ritiro dei soldi e per altre azioni, come minacce e incontri con i gestori delle piazze di spaccio. Ma tutto l'ingranaggio del clan Troia funzionava grazie ad alcuni uomini fidati, tra cui l'Antimafia individua Salvatore Siano, Raffaele Gallifuoco e Alfredo Troia, cugino dei boss e oggi collaboratore di giustizia. Tra i capipiazza in manette sono finiti Gennaro Ferrara, Gaetano Montella, Claudio Ariosto, Danilo e Giuseppe Troia (altri cugini dei boss), Olimpia Santillo, Aniello Niccolò e Cosimo Di Domenico. Erano loro, secondo le accuse, ad avere in gestione le varie piazze di spaccio, con ramificazioni anche a Napoli, Portici, Massa di Somma e Ercolano. Tra i reati satellite è emerso anche lo smercio di banconote false da 100 euro, avvenuto un po' in tutta Italia, e ancora grazie ad una donna: Carla Vito.

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