«Sanità, qualcuno doveva morire: Genny fu usato come bersaglio»

di Leandro Del Gaudio

Genny Cesarano venne usato come un «birillo», come un «bersaglio mobile» da parte di un gruppo di killer che avevano un solo scopo: «Dimostrare a tutti i residenti nel quartiere della Sanità che nessuno doveva osare sfidare i “capitoni”». È questa la motivazione che spinge il giudice Alberto Vecchione a condannare con il massimo della pena i quattro killer del 17enne Gennaro Cesarano, colpito a morte all’alba del sei settembre del 2015. Prima ancora di essere centrato da una delle 24 pallottole esplose ad altezza d’uomo, prima ancora della disperata (quanto inutile) corsa in ospedale, Genny venne ucciso dalla «mentalità» criminale dei killer entrati in azione nella piazza principale del quartiere più antico di Napoli. È stato ucciso - scrive il giudice - dalla «totale indifferenza al valore della vita umana nel partecipare ad una spedizione punitiva che si è esplicata con le modalità tali da mettere a repentaglio l’incolumità fisica di qualsivoglia persona che si fosse, pur del tutto accidentalmente, venuta a trovare sul luogo del fatto». 
 

Una convinzione forte, da parte del giudice, che non concede alcuna attenuante ai quattro imputati, che non si scompone di fronte alla cosiddetta «alzata di mano», vale a dire il gesto con il quale gli assassini hanno preso la parola in aula, ammettendo le proprie responsabilità per l’omicidio del ragazzo. Un delitto figlio di «indifferenza» e di «inaudita ferocia», per il quale viene firmata la condanna all’ergastolo a carico di Luigi Cutarelli, Antonio Buono, Ciro Perfetto, Mariano Torre, mentre per il boss mandante Carlo Lo Russo la pena è stata di 16 anni, vista la sua decisiva collaborazione con la giustizia. 
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Venerdì 9 Febbraio 2018, 09:15 - Ultimo aggiornamento: 09-02-2018 10:02
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