Saviano: «È da omertosi dire
Gomorra ha creato i baby-boss»

di Francesco de Core

Dieci anni fa, quando comparvero sui banconi di libreria, erano in pochi a credere che le sei lame violacee di Andy Warhol impresse in copertina si sarebbero conficcate nella carne viva della realtà e della letteratura. Le lame di «Gomorra», dal 2006, hanno cambiato su vasta scala la percezione del mondo criminale. E non solo: la potenza espressiva, l’immersione di un «io» che ci coinvolge fino a farsi «noi» dentro i cunicoli e gli anfratti del Sistema, nei suoi gangli, nei suoi traffici, hanno lasciato un solco profondo.

Con una scrittura modulata sul registro più ampio delle grandi indagini giornalistiche che hanno esercitato un fascino enorme, e su vasta scala. Dieci anni dopo, Gomorra resta lì, senza polvere, senza rughe. Con intatta la sua carica, il suo occhio, la sua mano; dieci anni dopo tanta acqua è passata sotto i ponti della vita di Roberto Saviano (26 anni all'epoca), ma questa è un'altra storia, che pure si sovrappone al percorso di un libro che ha messo a soqquadro un Paese, i suoi perbenismi, certe menzogne. Trecentotrenta pagine di analisi e di pancia, perché come scrive Saviano a conclusione del suo viaggio al termine della notte criminale «conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L'unica possibilità per considerarsi ancora uomini degni di respirare». Gomorra si è replicata: in un film, di straordinario disegno artistico; e in una serie tv, che domani celebra l'avvio della seconda serie e che si porta un dietro un carico di polemiche e veleni, nell'intreccio, nel cortocircuito che si crea tra realtà (i baby boss del centro storico che sparano come criminali incalliti e si atteggiano a capi anche sui social) e finzione (il ruolo di Genny, Ciro e delle loro bande).

Saviano, a dieci anni di distanza Gomorra ha cambiato natura o no?
«Gomorra è nata come una no fiction novel, un genere attaccato dal mondo anglosassone che pure ha dato i natali al new journalism. È accaduto poi che Gomorra è diventato un genere a sé. Questo succede quando i libri hanno successo e diventano incatalogabili. In realtà sono orgoglioso di avere portato una scelta stilistica marginale all'attenzione generale. La no fiction novel ha maestri come Kapuscinski, Stajano, Capote, Walsh e, per quanto possa sembrare paradossale, Plutarco. Tutto questo per dire che è un genere che si fonda sulla possibilità di raccontare la realtà con il rigore del saggio, lo stile del romanzo e la verità della poesia. Questo metodo ha permesso a un grandissimo pubblico di entrare dentro la realtà che si racconta. Dopo Gomorra moltissimi testi saggistici hanno iniziato a cercare una fluidità narrativa diversa, così come i romanzi hanno provato ad avvicinarsi a una conoscenza della realtà più rigorosa».

Quanto crede che il libro sia sfuggito alle sue intenzioni iniziali dopo la vicenda delle minacce?
«Il libro per ogni autore è suo quando ce l'ha in mente, poi ha una sua vita autonoma. Mi è sfuggito di mano? Certamente, chi avrebbe mai immaginato cosa sarebbe accaduto qualche mese dopo la pubblicazione. Io sognavo una vita da scrittore, mi ha sempre dato fastidio l'immaginario eroico o da militante politico, eppure per molti sono finito con l'essere questo. Ero convinto di scrivere un libro per i lettori, tanto che quando per la prima volta andai a un festival letterario mi sembrava già un miracolo convincere venti, trenta persone a seguirmi. Poi siamo finiti a bloccare le città, ma questo da un verso è un bene, per altri ha trasformato il libro».

Cosa pensa del gomorrismo?
«Mi fa sorridere. Per certi aspetti sono contento, perché ci sono stati cambiamenti epocali - c'è lo studio di una università che parla di un incremento del 400% delle pubblicazioni sulle mafie dopo Gomorra. Il gomorrismo quasi sempre dimostra che esistono miei rivali: per evitare di essere considerati semplici imitatori, molti tendono a disprezzare il modello a cui si sono ispirati, ma sono dinamiche naturali. Esiste una tradizione creata da Gomorra che trovo interessante, ma ne esiste un'altra più ridicola che tende a speculare. Mi interessa soprattutto quello che succede in Sudamerica, con scrittori della nuova generazione che hanno utilizzato il metodo Gomorra o comunque si sono trovati in sintonia con esso, allontanandosi dal realismo magico».

Il mondo culturale ha accettato «Gomorra»?
«Devo dire che ha avuto ottime critiche. Ovviamente il successo ha portato a un cortocircuito, come le mie prese di posizione politiche di volta in volta. Se fossi morto, il consenso sarebbe stato univoco, le persone parlano bene di te quando muori. E allora quando senti i denti che stridono e le unghie che vengono fuori è un buon segno, vuol dire che sei vivo. Il successo inaspettato di questo libro ha messo tanti in crisi, come l'aver portato Dostoevskij in prima serata ad Amici».

Che impatto ha avuto «Gomorra» sulla realtà, ossia sulla percezione che l'opinione pubblica ha avuto del fenomeno camorristico?
«L'impatto è stato di due tipi: il primo di carattere giudiziario, perché accendendo la luce mediatica sulla realtà criminale ha permesso a una parte di Stato che ignorava il fenomeno criminale di occuparsene e a quella parte che invece già se ne occupava di avere più forza. L'intero Paese oggi si occupa di Gomorra. Il secondo, invece, è stato di tipo culturale: ossia mostrare che le mafie non erano un tema altro, soltanto del Sud o di carattere morale. Ecco, Gomorra ha avuto un impatto fondamentale sui ragazzini: alcuni che lo hanno letto alle scuole medie adesso hanno fatto scelte importanti per la loro vita. Questo è un privilegio raro che può capitare a uno scrittore».

L'accusa che le ha fatto più male?
«Quella di diffamare l'Italia, di ispirare i giovani criminali: la considero una pugnalata ingiusta e silenziosamente un modo per cercare di abbassare il volume sul mio lavoro
».

Il film e la fiction in che misura hanno esaltato o oscurato il libro?
«Del film e della serie mi prendo tutte le responsabilità. Sono stati due percorsi diversi, uno fatto con Garrone, profondamente estetico, linguistico, un racconto dello stato brado del Meridione; l'altro con Sollima e con tutta la squadra della serie, costruita con i suoi meccanismi. Credo che entrambi siano una risposta coerente al libro, capitoli che si vanno ad aggiungere a questa grande incubatrice che è Gomorra come metodo, come linguaggio».

A chi dice che la fiction, prendendo spunto dalla realtà ha poi finito con il condizionarla, in un tragico cortocircuito, lei cosa risponde?
«Accusare il film e soprattutto la serie di esaltare i giovanissimi boss del centro storico è un gesto di superficialità e direi anche di omertà. Ci sono stati dei ragazzi che hanno sciolto una persona nell'acido seguendo le indicazioni di Breaking Bad. Allora è stata colpa della tv? No. Erano dei trafficanti, avevano ucciso una persona, vedevano una serie che già rappresentava il loro mondo. Mi chiede se i ragazzini delle paranze usano il linguaggio di Gomorra? Sì. Hanno l'atteggiamento di Genny? Sì. E allora? Loro avvertono che il mondo in cui vivono, armati, con l'obiettivo di diventare dei capi e controllare i territori, è rappresentato da Gomorra, quindi imitano la loro rappresentazione. Basta studiare i loro profili social: citano Scarface, persino Che Guevara o Castro. Qualunque cosa sia romanticamente ribelle, violenta o genericamente contro, loro la seguono. La bugia di dire li avete fatti diventare eroi nasconde il senso di colpa di chi sa di non aver mai preso una posizione forte per raccontare o cambiare quelle vicende. E dunque nasconde una buona dose di omertà, perché non vuole che si discuta di certi argomenti. Ecco, c'è tutto questo nel vile attacco, in una città che si fa Gomorra, in una metropoli sottosopra letteralmente, dove solo l'altro ieri c'è stato il delitto di un meccanico e di suo figlio in una officina. Dire che una serie tv possa peggiorare la situazione è veramente una vergogna. La realtà è complessa: è la bellezza della mia terra che ispira il mio lavoro ed è proprio in nome di quella bellezza che io spero che le cose possano cambiare».

Che rapporto continua ad avere con Napoli?
«Napoli accetta solo ciò che fa ridere, la comicità, quindi anche autori intelligenti e spiritosi come De Crescenzo e Pazzaglia, oppure gli studiosi, gli accademici che non fanno tema mediatico del loro lavoro. Napoli è solidale soltanto nella sconfitta, quando emergi in qualsiasi forma non ti è mai vicino. Napoli è splendida quando si è nello stesso guado; se qualcuno tenta di superarlo e ci riesce, diventa nemico immediato. Se esci fuori dal circuito degli amici, vieni visto come un traditore. Meccanismo da contrada italiana, che qui ha assunto un vertice estremo. Napoli ti è vicina solo quando sei isolato, pronta a mangiarti appena ti distingui».

 
Lunedì 9 Maggio 2016, 09:22 - Ultimo aggiornamento: 09-05-2016 16:30
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