Strage del bar Sayonara, Ponticelli ricorda le sue vittime: «Qui lo Stato non c’è»

Nessun rappresentante istituzionale alla cerimonia, la denuncia: dal 1989 ad oggi qui non è cambiato nulla

Strage del bar Sayonara, Ponticelli ricorda le sue vittime: «Qui lo Stato non c’è»
di Alessio Liberini
Venerdì 11 Novembre 2022, 18:52 - Ultimo agg. 23:56
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Era l’undici novembre del 1989. Un normale sabato pomeriggio di fine autunno destinato a diventare un giorno indelebile per l’intera città. Sono passati esattamente 33 anni da quando a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, si consumò una delle più spietate carneficine effettuate per mano della camorra. L’evento è tristemente noto come la «Strage del bar Sayonara», dal nome del locale dove venne effettuato il massacro. Il resoconto fu addirittura di sei morti, quattro dei quali totalmente estranei alla criminalità organizzata: Gaetano De Cicco, Salvatore Banaglia, Domenico Guarracino e Gaetano Di Nocera.

Oggi, come avviene da 12 anni a questa parte, gli abitanti di Ponticelli sono tornati a prendersi le strade del loro quartiere. Sfilando in corteo dal viale Margherita fino a piazza Egizio Sandomenico, situata nei pressi del luogo della strage. Un migliaio di giovani studenti, delle scolaresche del territorio, hanno così risposto presente all’appello lanciato dal presidio di Libera Ponticelli, Fondazione Polis, Coordinamento Campano familiari vittime innocenti della criminalità insieme alle tante realtà associative di Napoli Est. A mancare però sono state le istituzioni: non era presente nessun referente del Comune di Napoli né tantomeno della Regione Campania. Un brutto segnale che arriva a solo un giorno di distanza dall’ennesima sparatoria registrata nel quartiere. Consumatasi a pochi passi da una scuola elementare, l’Ic Toti di piazza Vincenzo Aprea.

«Il quartiere sta affrontando una lotta corpo a corpo – racconta Pasquale Leone, referente regionale di Libera in Campania e promotore della marcia per non dimenticare le vittime innocenti della strage di San Martino – adesso Ponticelli non è la stessa di 33 anni fa: si spara ancora ma c’è una stragrande maggioranza, meno rumorosa, che ogni giorno chiede straordinarietà che qui significa avere un luogo bello, un luogo sicuro in cui stare, dove i bambini possono crescere serenamente. Chiediamo sicuramente un supporto alle forze dell’ordine ma anche forti investimenti attraverso servizi permanenti per le famiglie di questi territori».

L’assenza del sindaco? «Ha perso un’occasione per essere vicino ai suoi cittadini» commenta Leone. Ma a mancare non è stato solo il primo cittadino, Gaetano Manfredi, impegnato probabilmente in qualche evento della fitta agenda di Palazzo San Giacomo. Non c’era il Questore, non c’era il Prefetto, non c’era difatti lo Stato. Un’assenza in quartiere che viene da una vera e propria “stagione delle bombe” e dall’ennesimo omicidio di un innocente: Antimo Imperatore, ucciso lo scorso luglio. «Da quel 11 novembre del 1989 ad oggi qui non è cambiato niente» urlano in coro i cittadini di Ponticelli scesi in piazza. 

«Noi non ci arrendiamo – dice Silvia Guarracino, figlia di Domenico Guarracino, una delle vittime innocenti della strage – ma mancano le istituzioni. Ci aspettavamo una presenza massiccia oggi, specialmente dopo la sparatoria di ieri. Bisognava essere compatti ma così non è stato. Ci sentiamo abbandonati. Napoli est sembra una città a parte come se ci fosse un muro che delimita due città: questo non va bene. Non dovrebbero esserci cittadini di serie a o di serie b».

«Lo scorso anno – racconta Roberto D'Avascio, presidente di Arci Movie – abbiamo fatto una manifestazione intitolata “Ponticelli chiama Napoli”, la risposta a questo invito non l’abbiamo ancora avuta». «Molti ragazzi vanno via dal quartiere – prosegue D'Avascio – la nostra prospettiva però è diversa: noi rimaniamo qui ed invitiamo tutti a restare qui. Proseguiranno gli spari? Proseguiranno anche le nostre marcie contro la camorra, ieri oggi e domani fin a quando sarà necessario». 

A prendere parte al corteo odierno sono stati anche tanti referenti della sesta municipalità, ovvero le uniche istituzioni presenti, a partire dal presidente Sandro Fucito: «Occorre purtroppo ricordare che l’assenza delle istituzioni non è solo nella circostanza della manifestazione  ma è nell’aver ormai ritenuto normale che in questo territorio ci si possa sparare e ci possano essere vittime innocenti. Non solo 33 anni fa ma addirittura pochi mesi fa. Evidentemente le priorità sono altre».

«Voi scuole ed associazioni presenti qui oggi – chiarisce Fucito, parlando dal palco di piazza Egizio Sandomenico, a nome del parlamentino di Napoli est - siete evidentemente l’unica speranza per questo territorio. Perché ci si dimentica di cose gravissime che avvengono».

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La “speranza” della 12esima marcia in ricordo delle vittime della strage del Sayonara ha però un nome ben preciso: si chiama Sophia. A soli nove mesi ha preso parte alla sua prima manifestazione anti-camorra da dentro il suo passeggino guidato dalla madre Mary Colonna. Sophia sarebbe stata oggi la nipote del giovane Ciro Colonna, ucciso a soli 19 anni nel giungo del 2016 mentre giocava a biliardino con degli amici nel circoletto del suo rione, il Lotto zero di Ponticelli.

«La speranza è l’ultima a morire – spiega Mary – io sono qui con mia figlia. Ci tenevo a portarla con me oggi, anche se è piccolissima, proprio per simboleggiare la rinascita. Lo faccio per Ciro ma anche per tutte le vittime innocenti».

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