Terra dei Fuochi, allarmi smentiti:
«Qui i prodotti sono tutti ottimi»

Mercoledì 6 Dicembre 2017 di Luciano Pignataro
Terra dei Fuochi, allarmi smentiti: «Qui i prodotti sono tutti ottimi»

Terra dei Fuochi? Un colossale, gigantesco fake nutrito dalla paura e dalle notizie false, mai verificate sul campo. Basato su rivelazioni del pentito Carmine Schiavone rese dieci anni fa e riproposte nel 2013 sulla cui attendibilità i magistrati Raffaele Cantone e Federico Cafiero de Raho avevano espresso molte perplessità. Falso che la Campania è terra dei veleni. Falso che i veleni siano stati trasmessi ai prodotti. Falso che la media dei tumori sia superiore alla media nazionale. 

Falso, falso, falso. Un fake che è costato almeno 500 milioni di euro ai produttori dell’agroalimentare campano, nutrito da scoop non verificati, dai sentito dire copiati-incollati da un sito all’altro come nel Medioevo camminavano le paure delle streghe, delle malattie, della fine del mondo.

Questa è la conclusione della più grande ricerca scientifica mai realizzata sul campo in Italia, durata tre anni, coordinata dall’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno a Portici alla quale hanno partecipato cinquanta istituti pubblici specializzati in salute, ambiente, cibo.

Lo studio è stato presentato al Dipartimento di Agraria della Federico II nel corso di una due giorni conclusa da una conferenza stampa durante della quale il governatore Vincenzo De Luca non ha perso l’occasione per criticare attaccare «una certa stampa» che si nutre, a suo dire, di sensazionalismo e di fatti non verificati e mai approfonditi.
«Per costruire una operazione verità - ha detto de Luca - ci siamo affidati alla scienza. Abbiamo chiesto a tutti di studiare i fatti senza tesi precostituite, e poi di riferire».

Il coordinamento di questo lavoro è stato affidato ad Antonio Limone, direttore dell’istituto Zooprofilattico di Portici.
Per capire la passione, ma anche la rabbia, di alcuni interventi in questa due giorni bisogna andare con il pensiero a quattro anni fa, quando la Campania fu presentata come una regione avvelenata e piena di rifiuti tossici, in cui mozzarella e pomodori, senza alcun riscontro scientifico, erano ritenuti prodotti a rischio e le aziende dovevano portare la merce sui mercati pugliesi dove invece che a cento riuscivano a vendere a venti. Fu il momento della paura tra gli stessi consumatori campani. In un mondo dove un pollo con l’aviaria in Vietnam blocca la vendita sotto casa è facile veicolare il terrore alimentare. 

 

Una azienda di pomodori vantava di raccogliere solo in pianura Padana, ossia in uno dei territori più inquinati in Europa, facendolo passare come prodotto sicuro perché non campano. E una marca di riso assicurò i suoi rivenditori che non acquistava prodotti provenienti dalla Campania. Addirittura il settimanale Espresso dedicò una copertina all’acqua di Napoli presentandola come inquinata.
Invece la realtà è esattamente opposta: la Campania oggi è la regione più monitorata d’Italia, oltre il 99,98% dei 30mila campionamenti eseguiti su 10mila aziende agroalimentari regionali ha superato i test eseguiti su parametri europei. Solo 33 ettari su oltre 50mila controllati sono risultati contaminati, ma spesso si tratta di banali discariche.
Una indagine che si è dovuta inventare sul campo, partita con il progetto QR Code Campania che definiva la tracciabilità degli alimenti messi in vendita, sostenuto dalla Regione e offerto gratuitamente a tutte le aziende che volevano certificare la propria sicurezza.
Non solo, in oltre 30mila analisi eseguite su prodotti presi a campione hanno dato esito positivo sei casi. Mai la mozzarella, mai i pomodori. E se c’è stato il caso della mozzarella blu era riferito non alla dop ma a un prodotto industriale, parliamo della Granarolo, ottenuto con latte proveniente dalle Germania.
Tre le grandi macro aree trattate dalla ricerca. La prima sulle aziende dell’agroalimentare di cui ha parlato il professore del Dipartimento di Agraria Massimo Fragnano.
Si è poi passati al tema della salute con uno screening di massa organizzato con il progetto Spes (Studio di Esposizione nella Popolazione Suscettibile) che ha coinvolto 4200 persone tra i 20 e i 50 anni residenti in aree a differente pressione ambientale per valutare con le analisi del sangue la potenziale esposizione agli agenti inquinanti. Risultato: la presenza di metalli pesanti è inferiore alla media nazionale, ha ricordato il professore Maurizio Montella, direttore del Dipartimento di Epidemologia e Biostatistica al Pascale di Napoli.
Naturalmente nessuno pagherà per i danni fatti alla filiera agroalimentare campana, una eccellenza mondiale che ha pochi uguali per varietà, qualità e tipicità. E forse, come da ogni esperienza negativa, si può considerare che proprio la reazione della Regione e dell’Istituto Zooprofilatico hanno determinato una attenzione ossessiva e precisa al cibo prodotto in Campania che oggi, anche grazie alle sue dop e igp, i marchi europei, è sicuramente la regione più monitorata d’Italia, un esempio per tutti.
I dati parlano di una forte ripresa del valore, Napoli è la locomotiva della crescita del pil agricolo del Sud con eccellenze incredibili, come i 2500 ettari nella Piana del Sele che da soli producono la metà dell’insalata quarta gamma venduta in Europa. Vola l’export con un +14,3 per cento nel 2017 rispetto all’anno precedente che a sua volta era superiore del 19 per cento sul 2015.
Insomma un fake a lieto fine per chi lo ha subito, giocato sui pregiudizi e le paure del nuovo millennio che corrono su Facebook e sui social, come ben sanno alcune industrie alimentari di recente colpite anche su questo versante con notizie false e non verificate come la Mutti e la Fiammante.
Paure contro le quali servono strategia di comunicazione, che è sempre mancata alla filiera produttiva meridionale, e la scienza. Questa volta sembra aver funzionato, seppure in ritardo.

Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre, 14:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA