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Torre Annunziata, sangue e affari: il torbido marchio dei «Valentini»

Mercoledì 13 Aprile 2022 di Dario Sautto
Torre Annunziata, sangue e affari: il torbido marchio dei «Valentini»

Alleanze e sanguinose faide di camorra, città liberate dal racket e altre dove l'omertà resta l'unica regola che conta. E quei nomi che hanno tristemente segnato la storia che tornano, nonostante gli arresti e gli ergastoli, con le terze generazioni dei clan che continuano a dettare legge e a seminare sangue innocente. La fascia costiera vesuviana è un mix di esempi e contraddizioni, di intrecci e legami, di affari e collusioni.

Scrivi Torre Annunziata e leggi Valentino Gionta. Un legame tra la città e il boss ergastolano che resta un triste marchio purtroppo sempre attuale. Era il nome di Valentino Gionta a riempire tanti articoli a firma di Giancarlo Siani sul Mattino negli anni 80. Un nome talmente pesante da trasformarsi in aggettivo di camorra, che definisce «valentini» tutti gli affiliati al clan. Un nome e un cognome che, a trent'anni dall'arresto, si ritrova nell'ennesima inchiesta dell'Antimafia: proprio lui, l'ormai 68enne boss è ancora il capoclan indiscusso, destinatario dell'ultima ordinanza di custodia cautelare in carcere appena a novembre.

Dall'omicidio di Giancarlo Siani, Valentino Gionta fu assolto, ma sconta l'ergastolo per altri delitti. Il palazzo di cui s'impossessò insieme ai suoi affiliati presto diverrà simbolo della sconfitta della camorra, grazie al ministero dell'Interno che vuole trasformare Palazzo Fienga da «fabbrica di morte» a emblema della legalità, attraverso un progetto di restyling seguito alla sua confisca. Attualmente, tre generazioni del clan Valentino Gionta, i figli Aldo (il boss poeta) e Pasquale, il nipote Valentino junior scontano condanne definitive al regime duro previsto dal 41-bis. Se i primi tre sono condannati al carcere a vita, Valentino junior potrebbe tornare libero a breve. Suo cugino anche lui si chiama Valentino Gionta è stato arrestato lo scorso novembre, nell'ultimo blitz: in virtù di quel nome pesante, aveva preso in mano le redini del clan fondato dallo zio e che, grazie all'alleanza con i Nuvoletta di Marano, era riconosciuto mafioso a tutti gli effetti.

Una prima scissione del clan Gallo-Cavalieri ha dato il via a sanguinose faide, terminate solo con la pace armata del 2014. Da allora, Torre Annunziata ha vissuto sussulti di camorra insoliti, con la nascita di nuovi clan. Prima il «terzo sistema» nel 2017 nato da una costola dei Gionta, poi, nel 2020, il «quarto sistema» del rione Penniniello, uscito sconfitto da inchieste e arresti. Infine, la scorsa estate un gruppo di giovanissimi si è auto-proclamato «clan dei pedofili», riferendosi al rione Poverelli, il quartiere dello scandalo pedofilia.

Sì, perché Torre Annunziata è anche la città di «mamma coraggio» Matilde Sorrentino, ammazzata per aver denunciato i pedofili della scuola di quel rione, senza rivolgersi ai boss per risolvere attraverso il tribunale della camorra. La città delle tante vittime innocenti come Giuseppe Veropalumbo, ucciso il 31 dicembre 2007 mentre attendeva il capodanno a casa sua, raggiunto da un proiettile esploso proprio da Palazzo Fienga: per lui la giustizia non è mai arrivata. Innocenti come Maurizio Cerrato, accoltellato un anno fa il 19 aprile per aver difeso sua figlia, per un parcheggio conteso, in una città dove è molto più semplice comprare una pistola che trovare un libro. A settembre, un plateale omicidio di camorra è stato consumato di domenica mattina davanti a una chiesa: per questo delitto, in carcere ci sono un 17enne e un 18enne legati ai Gionta. E due ragazzini di appena quindici anni sono accusati di aver accoltellato a morte, domenica sera, un 18enne di Torre del Greco. Nel frattempo, come quarant'anni fa, quando il clan Gionta riuscì a mettere le mani sui fondi della ricostruzione, di recente una nuova inchiesta dell'Antimafia punta a svelare gli intrecci tra politica e camorra. L'ultimo sindaco, Vincenzo Ascione, è indagato per concorso esterno insieme a mezza giunta e a diversi consiglieri e dipendenti comunali. Decaduta la sua amministrazione, ora il Comune di Torre Annunziata è anche a rischio scioglimento per infiltrazioni della camorra: la richiesta è al vaglio del ministro Luciana Lamorgese.

Da Torre Annunziata a Boscoreale è un attimo: lì lo spaccio di droga nei rioni Piano Napoli è gestito da due decenni dai clan Gallo-Limelli-Vangone di Boscotrecase e dagli Aquino-Annunziata, attraverso famiglie a loro fedeli, tra alleanze che si sciolgono e si rinnovano. A Torre del Greco la camorra è stata per anni legata al boss Giuseppe Falanga, detto «Peppe o struscio». I Di Gioia erano nel cartello di camorra con Nuvoletta e Gionta, fino al pentimento dell'ultimo giovane boss Isidoro. Poco più in là si trova l'unica città liberata dal racket. Siamo ad Ercolano, dove i Birra-Iacomino e gli Ascione-Papale si sono fronteggiati per quasi vent'anni, provocando anche vittime innocenti. Un boss era addirittura proprietario di una radio, dalla quale trasmetteva messaggi ai suoi affiliati, e il neomelodico Nello Liberti è stato condannato per istigazione a delinquere per una canzone che inneggiava al capoclan. Tra decine di ergastoli e collaboratori di giustizia, l'azione del magistrato Pierpaolo Filippelli e della sua squadra investigativa ha portato decine di imprenditori e commercianti a denunciare il pizzo, in un'esperienza che resta ancora unica nel Napoletano. A Portici, invece, finita l'epopea del boss «califfo» Luigi Vollaro e dei suoi tanti figli, restano le mire dei clan di Napoli est, Mazzarella su tutti, che si stanno allargando anche in realtà come San Giorgio a Cremano, dove è forte l'influenza del clan Troia, alleati dei Rinaldi di San Giovanni a Teduccio.

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