Corruzione nel Tribunale di Napoli: atti insabbiati, condannati quattro avvocati

Sabato 25 Luglio 2020 di Leandro Del Gaudio

Soldi per insabbiare fascicoli, per ottenere scappatoie, per distruggere atti giudiziari. Accordi indicibili tra utenti della giustizia napoletana, arrivano condanne per avvocati, cancellieri, dipendenti delle Torri del Tribunale napoletano, con tanto di licenziamento in tronco. Sono i giudici della quarta sezione penale, collegio C (presidente Tammaro), a chiudere il primo grado di giudizio di una vicenda amara culminata anni fa in arresti e sequestri. Era il 15 gennaio del 2013. Gelo in Tribunale, arresti e sequestri, sull'onda d'urto delle immagini ricavate da una telecamera nascosta. Ma andiamo con ordine, a partire dalle posizioni più in vista. Inchiesta condotta dai pm Antonella Fratello e Gloria Sanseverino, viene condannato a nove anni e nove mesi il cancelliere Mariano Raimondi, accusato di diversi episodi di corruzione. Tra presunte millanterie e ammiccamenti, avrebbe preso soldi - a titolo di tangente - per intervenire in alcuni procedimenti, in modo da rallentare il corso della giustizia, fino deviarne la gittata. E sono quattro gli avvocati condannati. Proviamo ad analizzare i singoli casi.

Viene condannato a sette anni di reclusione l'avvocato Giancarlo Di Meglio, sulla scorta di presunti accordi con il cancelliere Giancarlo Vivolo, impiegato nell'ufficio registro generale della corte di appello di Napoli. In ballo, una serie di fascicoli su reati edilizi (una delle specializzazioni dell'avvocato Di Meglio), su cui ci sarebbero stati accordi sotto banco per ottenere prescrizioni o interventi di revoca di demolizioni ad Ischia. Nel corso di una perquisizione a carico di Vivolo, venne trovato una sorta di memorandum con riferimenti ai vari processi. Ieri pomeriggio, Vivolo è stato condannato a sette anni di reclusione. Ma torniamo ai legali coinvolti in questa storia. Viene condannato a quattro anni l'avvocato Giorgio Pace, al termine della valutazione su un episodio controverso. Avrebbe pagato una tangente (l'ipotesi di 500 euro) a Raimondi, per impedire che un suo cliente (che non è stato indagato, ndr) subisse l'aggravamento di una misura cautelare e finisse dai domiciliari al carcere. Un aggravamento per altro scontato, automatico, che si consuma proprio mentre - secondo l'accusa - ci sarebbero stati gli accordi illeciti tra legale e cancelliere. Spiega al Mattino l'avvocato Giorgio Pace: «Mi sento distrutto. Credo che nei miei confronti ci sia stata una sentenza non giusta. Mi sono sottoposto all'esame, dinanzi ai giudici ho parlato con il cuore in mano, non ho nascosto la pochezza del mio gesto, quando assecondai la richiesta di colloquio di Raimondi, ma non ho dato soldi a nessuno. All'epoca, ero giovane e inesperto, decisi di assecondare la pressante richiesta di contatto di un cancelliere anziano, ma non ho commesso reati, quei soldi non glieli ho dati. Trenta secondi di intercettazioni hanno distrutto la mia vita». È amareggiato il penalista Stefano Zoff, dopo la condanna a quattro anni e nove mesi, che al Mattino spiega: «Erano mesi che aspettavamo che venisse notificato a un mio cliente l'estratto esecutivo di una sentenza, per accedere a misure alternative. Feci una stupidaggine, diedi 150 euro a un cancelliere, ma non avevo alcuna intenzione di condizionare la giustizia. Non ho distrutto fascicoli, né cancellato prove, ero in una condizione di scarsa lucidità sotto il profilo professionale. Sono stato ai domiciliari per diversi mesi, poi mi sono rimesso al lavoro, in un totale ossequio delle regole deontologiche, oggi questa condanna mi getta di nuovo nello sconforto».

Quattro anni anche all'avvocato Isabella Ambrosino (moglie del cancelliere del Tribunale di Sorveglianza Francesco Del Gaudio, a sua volta condannato a 4 anni e nove mesi), ritenuta responsabile di aver fatto sparire un fascicolo per sottrarlo alla valutazione dei giudici. Ora i coniugi puntano a un probabile processo di appello. Viene assolta Maria Pesacane, difesa dall'avvocato Giacomo Pace, impiegata in Procura (moglie del cancelliere Raimondi), che ha dimostrato la sua estraneità rispetto all'accusa di fuga di notizia. Prescritta invece la posizione del dirigente Giuseppe Iovine (difeso dagli avvocati Vincenzo Dostuni e Giuseppe Landolfo).

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