Truffare anche gli anziani, il nuovo business della camorra

Sabato 9 Novembre 2019 di Leandro Del Gaudio e Viviana Lanza

Puntavano alle persone anziane, ai più deboli. E le truffavano. Si fingevano carabinieri o avvocati, per convincere le vittime a cedere soldi e gioielli. In che modo? Raccontavano che il figlio della persona anziana aveva investito una donna incinta e che era stato arrestato. Che bisognava consegnare soldi e gioielli, per avviare pratiche, rimborsare avvocati o risarcire parti offese. Truffe seriali, consumate in tutta Italia, che avevano a Napoli il proprio centro, sotto lo stretto controllo del clan Contini (dunque dell'alleanza di Secondigliano): sono 51 le misure cautelari (tra le quali 13 misure in carcere, 23 agli arresti domiciliari, 14 con obbligo di firma), al termine delle indagini del pm Giuseppina Loreto, sotto il coordinamento dell'aggiunto Giuseppe Borrelli e del procuratore Giovanni Melillo. Si fingevano avvocati e carabinieri, con tanto di suono delle sirene a fare da sfondo alle telefonate pilotate ad hoc per gettare la vittima nello sconforto e poi sapientemente, con un buon eloquio, tranquillizzarla e convincerla ad assecondare le loro richieste. Chiedevano sempre soldi e gioielli, il contante se lo spartivano dando una percentuale del 20, anche 30 o 40 per cento al clan Contini («sta da tutte le parti, non si muove una foglia se loro non dicono») e i gioielli li portavano nelle gioiellerie compiacenti dove il clan riciclava i suoi proventi («su ogni grammo il gioielliere tratteneva 40/50 centesimi che andavano al clan»). Un business, quello delle truffe agli anziani, anche fino a 200mila euro a settimana. A Livorno, a settembre 2015, un'anziana vittima di un tentativo di truffa non resse allo choc e morì.

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Tra gli indagati per i quali il gip De Falco Giannone ha firmato misura cautelare ai domiciliari c'è Vincenzo Toscano, titolare di una gioielleria sequestrata, nella quale - secondo le indagini - venivano portati i gioielli ricavati dalle truffe agli anziani. È indagato per ricettazione con l'aggravante mafioso.
 


L'organizzazione di Santa Maria della fede rappresenta per gli inquirenti il livello superiore delle singole batterie di truffatori: il gruppo Urzini, il gruppo Diana-Lettieri, il gruppo degli spagnoli e di Passariello-Pasquarelli, il gruppo Pecoraro, il gruppo Grivano, il gruppo Aimen, il gruppo Grimaldi. Ai vertici, gente del calibro di Espedito Diana e Tommaso Cristiano, figlio quest'ultimo di Antonio che i pentiti raccontano come uno dei pochi ad essere ammesso al tavolo di Bosti e Contini.

È Giovanni Fortunato, l'ex truffatore che dopo l'arresto nel 2017 decide di collaborare con gli inquirenti, a dare la svolta alle indagini: «Voglio spiegare come funziona il sistema criminale delle truffe agli anziani, tipo quelle per cui mi avete arrestato». E svela il sistema, l'interesse della camorra, le complicità dei gioiellieri, le schede e i telefoni usa e getta (ne cambiavano uno al giorno), le trasferte, e l'organizzazione. Racconta anche di aver saputo che la punizione per chi non versava la quota al clan poteva essere terribile, come quella che il boss Nicola Rullo avrebbe fatto infliggere a un truffatore con cui aveva avuto dissidi per denaro, facendogli amputare le mani «per non farlo più lavorare».

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Una struttura gerarchica, in cui avrebbero svolto un ruolo anche Giuseppina Diana (addetta alla contabilità), Emilia Peluso (addetta alla gestione del club di Santa Maria della Fede, base operativa dell'organizzazione), Luciano e Ivan Urzini (specializzati anche nella scelta delle vittime). Tutti i soggetti coinvolti potranno ora difendersi dalle accuse, nel corso degli interrogatori di garanzia previsti a partire dalle prossime ore.

Ultimo aggiornamento: 13:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA