Le Vele di Scampia e quel binomio da spezzare

di Isaia Sales

Le Vele di Scampia rappresentano uno degli skyline più famosi e conosciuti al mondo. Uno dei pochi paesaggi urbani che «svettano nel cielo» che non sono legati ad ardite e innovative rappresentazioni della modernità in una grande città dell'Occidente, ma al peso e al successo di una criminalità urbana che è riuscita (negli anni) a trasformare in bazar di commerci illeciti intere costruzioni nate per fornire una casa dignitosa a chi non ce l'aveva.

Come sia stato possibile trasformare interi caseggiati in domini delle bande di camorra, resta una pagina di storia sociale e urbanistica ancora da spiegare. Vele, Scampia e camorra si sono così intrecciate nel linguaggio comune su Napoli da diventare a volte narrazione esclusiva e monocorde della città. Per anni Scampia è stato un quartiere-Stato del crimine, un luogo simbolo di cosa vuol dire perdere il monopolio della legge e della forza da parte di tutte le istituzioni che rappresentano lo Stato «ufficiale». Un quartiere dove una minoranza sociale e culturale (ma militarmente compatta) ha avvolto, coinvolto e al tempo stesso preso in ostaggio la maggioranza degli abitanti. Scampia grida all'Italia intera quello che non si deve più fare, quello che non si deve più ripetere nell'affrontare il problema della casa per i ceti a più basso reddito delle nostre città, al Sud come al centro o al Nord. A partire dagli architetti che non possono più progettare case dove non andrebbero mai ad abitare e quartieri dove non manderebbero mai a vivere i loro figli.

L'abbattimento che è iniziato ieri non comporterà, naturalmente, la scomparsa della malavita e dei commerci illegali da quel quartiere, ma è significativo che l'aspettativa sia questa. Come se si fosse stabilito un nesso tra struttura abitativa e delinquenza, che le Vele in qualche modo hanno emblematicamente evocato. E, dunque, non si può considerare il buttare giù quei casermoni una semplice opera di risanamento urbanistico, ma come un impegno d'onore di tutte le parti coinvolte (dagli amministratori della città al governo nazionale, dagli urbanisti agli operatori sociali) di scrivere una pagina nuova nel modo in cui intervenire, con radicali innovazioni, nelle periferie delle metropoli.

E bisogna tornare a riflessioni semplici sulle cause che spingono a delinquere. Se si guarda a ciò che succede nel mondo consultando le statistiche criminali, non si può non notare che le nazioni e le città in cui si vive meglio sono quelle meno sovraffollate, con periferie meno disumane e «separanti» e con tassi di disoccupazione molto bassi. E, di conseguenza, con tassi di delittuosità altrettanto bassi. Ai primi posti in queste graduatorie del benessere economico e sociale ci sono il Canadà e l'Australia e in Europa l'Austria, la Svizzera e i Paesi scandinavi, luoghi a bassa densità abitativa e ad alto reddito.

Napoli è da secoli una metropoli sovraffollata. E' da secoli una città con un alto numero di reati. Eppure in un passato non troppo lontano la violenza sembrava essere in qualche modo frenata, se non limitata, dal mescolarsi e influenzarsi delle diverse classi sociali. I tassi di omicidi sono aumentati in maniera esponenziale con la rottura di tale promiscuità iniziata con la costruzione delle periferie tra gli anni sessanta e settanta del Novecento (e poi in maniera più accentuata dopo il terremoto del 1980) sulla spinta del nobile intento di fornire un alloggio più decente a chi al centro della città viveva in condizioni igienico-sanitarie disastrose.

La nascita delle periferie a Napoli è un fenomeno recente e ha avuto nei fatti un effetto «criminogeno». Quello che si è prodotto nel mondo della camorra, dunque, va ricondotto a particolari circostanze verificatesi nel periodo storico di nascita e di consolidamento dell'effetto «periferie» nel tessuto urbano.

L'esplodere della violenza camorristica sembra legato anche ad una implosione sociale della città, ad una rottura di un suo particolare equilibrio che aveva retto fino alla contemporaneità. A Napoli come altrove l'omogeneità di classe e di luogo è meno adatta a contenere la violenza della promiscuità.

La separazione dei ceti e l'allontanamento delle classi «pericolose» dal centro della città non hanno funzionato in chiave di riduzione del disagio sociale e dei reati violenti. Una politica urbanistica separata dai contestuali strategie di sviluppo e di incremento delle attività produttive, o meglio il contenimento del disagio affidato solo all'edilizia, nel tempo ha finito per creare a Napoli più problemi di quanti intendesse risolverne. Insomma, la questione urbana e il modello di città vanno strettamente legati all'evoluzione e al contesto della camorra contemporanea. La nuova camorra ha conosciuto tre luoghi principali di formazione: i casermoni delle periferie, le case popolari delle città medie, i vecchi quartieri del centro storico di Napoli, dove in particolare la progressiva omogeneizzazione sociale di chi è rimasto (a seguito dell'emigrazione dei più abbienti verso i quartieri residenziali e dei meno abbienti verso la periferia) ha ridotto la capacità di resistenza verso comportamenti devianti.

Quindi, è del tutto evidente che la costruzione delle periferie (senza cambiare il destino produttivo del centro storico) e la speculazione edilizia nei comuni attorno a Napoli del ventennio 1950/1970, non solo hanno dato un colpo irrimediabile al paesaggio urbano, ma hanno sconvolto una particolare e storica costruzione sociale della città e dell'hinterland, finendo per «rimotivare» i fenomeni criminali che dalla «uniformità» dei nuovi quartieri hanno tratto alimento per una violenza senza mitigazioni, che sembra essere oggi l'identità dei nuovi camorristi. La disperazione urbana è ancora più pericolosa se si ammassa in determinati quartieri e se trova sbocco in una economia illegale favorita dalle particolari strutture abitative, che sembrano prestarsi ottimamente a divenire mercati aperti e pubblici del disastro urbano.

La strutturazione urbanistica e sociale di una città ha una sua importanza ai fini criminali. Le Vele hanno rappresentato in tutti questi anni la dimostrazione sanguinaria di questo assunto. Una lezione di urbanistica sociale da non dimenticare. Anche per questi motivi Napoli resta una citta-mondo e Scampia un quartiere globale.
Martedì 14 Maggio 2019, 08:00 - Ultimo aggiornamento: 14-05-2019 08:23
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1 di 1 commenti presenti
2019-05-14 22:14:02
Come mi piacerebbe condividere l'articolo di Sales , ma non lo farò perché Sales rimuove i responsabili politici di tale misfatto- Dal terremoto del 1980 la sx ha comandato dico comandato a Napoli e non è stata capace in 30 anni di modificare le tendenze che Sales -da consigliere di Bassolino- ha già evidenziato nei suoi tanti scritti- La sx non è stata capace e non è capace di avere quella spinta quella professionalità ma è stata assente- Lo spazio è poco e ci sarebbe ancora tanto da dire , ma i risultati politici del 2018 stanno là a dirlo in maniera inequivocabile - Sales faceva parte della ELITE e già in anni non sospetti era lucido e presente come lo è adesso- Io ammiro sempre i suoi articoli ma secondo me Sales non ha mai preso un autobus e non sa come tutti i dirigenti di Sx come si vive a Napoli e cosa ha determinato la sx nel tessuto sociale- Si badi bene che non la DC ,non i socialisti ma quelli che dovevano risolvere le spinose questioni che ci portiamo dall'unità d'Italia e che erano bene a conoscenza dei dirigenti del PCI-PDS-DP-ecc fino ai nostri giorni che sono stati l'intelligenzia in Italia non hanno, non hanno risolto un ben NULLA.-

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