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«Vesuvio e Campi Flegrei,
studiamo anche il day after»

Martedì 2 Agosto 2022 di Rosa Palomba
«Vesuvio e Campi Flegrei, studiamo anche il day after»

Nuova nomina, vecchia scrivania. Da ieri, Mauro Antonio Di Vito è il nuovo direttore dell'Osservatorio Vesuviano. Ma tra i «fuochi» dei vulcani attivi campani e non solo, il ricercatore lucano ci sta almeno dal 1993. Vulcanologo, autore di pubblicazioni internazionali, coordinatore di prestigiosi gruppi di studiosi, resta nella sua «storica» postazione di lavoro e guarda avanti; con uno sguardo al passato di crateri ed eruzioni per comprenderne il futuro.

Direttore, quali ulteriori impegni seguiranno la nuova nomina a capo della sezione dell'Istituto Nazionale di Geofisica?
«La ricerca vulcanologica, geofisica e di monitoraggio dei vulcani attivi non si ferma». Anzi, sono in corso ricerche e progetti molto promettenti».

E quali sono i punti cruciali?
«Il Vesuvio e i Campi Flegrei continueranno a essere tra i vulcani meglio studiati al mondo».

Come definirebbe la situazione?
«Nell'area di Pozzuoli continua il processo di sollevamento del suolo. Non siamo allarmati ma molto attenti».

Scosse frequenti, spesso avvertite dai residenti: come dovrebbe reagire la popolazione?
«Gli abitanti dell'area flegrea devono sapere che se dovessero verificarsi situazioni di emergenza, trasmetteremmo subito i dati alla commissione Grandi Rischi e quindi partirebbe immediatamente la macchina organizzativa».
 

Dall'altra parte della provincia di Napoli, il Vesuvio consente maggiore serenità?
«Da tempo l'attività sismica è molto scarsa».

Si tratta comunque di vulcani attivi: come potrebbero essere mitigati i rischi di eventuali eruzioni?
«Con la conoscenza».

Cioè poter prevedere un'eruzione?
«Difficilmente sarà possibile annunciare il momento esatto di un risveglio. Ma le competenze dei ricercatori, l'interazione tra le varie esperienze degli studiosi e l'uso di tecnologie sempre più avanzate, consentono di riconoscere i segnali, valutarli con esattezza e avere scenari sempre più ampi e attendibili».

Scenari?
«Sapere per esempio che tipo di eruzione sarà, dove si dirigerà la colata lavica, come si comporteranno le colonne di gas anche in funzione dei venti, quali centri saranno più colpiti».

E quindi sapere come sarà un eventuale day after?

«È uno degli studi che ho in corso. Un territorio colpito da un'eruzione non è devastato soltanto da lava e lapilli. Quando l'eruzione si estingue c'è un impatto indiretto legato al fatto che per anni quel territorio sarà coinvolto da alluvioni e colate di fango. Sapere cosa accadrà attraverso studi scientifici multidisciplinari consentirebbe di alleviare i danni».

Per esempio?
«Attraverso equazioni anche semplici, è possibile determinare il rischio vulcanico in relazione al valore esposto e alla pericolosità».

E definire i piani di emergenza?
«Certamente. Quando i vulcanologi accertano un allarme, dall'altra parte deve mettersi in moto in maniera efficiente la macchina della Protezione civile nazionale, regionale e locale. Insomma, bisogna mettere in campo tutte le strategie di mitigazione del rischio».

Scienza e politica?
«La pianificazione delle aree vulcaniche è sicuramente un tema politico-urbanistico connesso alla ricerca per conoscere e predisporre interventi mirati alla tutela delle popolazioni».

Ritiene che quell'immenso lavoro fatto negli anni 90 sui piani di evacuazione, i gemellaggi tra le regioni affinché potessero ospitare gli sfollati, sia ancora valido?
«Credo di sì: quegli studi e quei piani sono stati fondamentali».

Negli anni passati erano stati previsti perfino dei bonus per trasferirsi in altre città e consentire il depotenziamento demografico delle aree a rischio.
«Anche favorire lo spostamento dei cittadini è una scelta politica».

Dal suo «osservatorio» privilegiato ritiene che siano stati fatti passi in avanti rispetto alla tutela per esempio del Vesuvio e quindi alla riduzione dei rischi?
«Penso che il controllo dei territori attraverso satelliti e droni e tanto altro, sia stata una conquista importante. Ma la vera svolta è arrivata con il Parco Nazionale Vesuvio che tra l'altro scoraggia l'ulteriore urbanizzazione del territorio».

Tra le sue ricerche pubblicate anche su riviste come Earth-Science Reviews, c'è il suo studio che ha «rivoluzionato» tra le altre cose la data dell'eruzione del 79 a. C.: non era agosto ma ottobre. Come ci è arrivato?
«Anche attraverso le connessioni con l'archeologia, appunto. Ma non era quello l'elemento più importante».

Qual era?
«Un dato su tutti: le ceneri arrivarono in Grecia. All'epoca non era un danno gravissimo ma si pensi per esempio all'esplosione avvenuta quindici anni fa in Islanda: aerei fermi per settimane. Si bloccò l'Europa. Ecco perché studiare il dopo-eruzione è importante quanto prevedere le eruzioni stesse».
 

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