Il business degli scarti tessili
Vesuvio discarica per i cinesi

di Francesco Gravetti

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Sono passati più o meno trent’anni da quando l’area vesuviana e quella a nord di Napoli erano considerate le zone nevralgiche dell’industria del tessile. Un’economia sommersa ma solidissima perché basata tutta sui legami familiari. C’era l’operaio dell’Alfa Sud, il bidello della scuola, l’impiegato comunale: tornavano a casa e avevano un pomeriggio a disposizione per confezionare i capi di abbigliamento, spesso per grandi firme della moda. Si facevano aiutare dalla moglie, dai figli, dalla sorella nubile. Li chiamavano fasonisti, dal francese a la façon, cioè «alla maniera di»: l’azienda dava loro il modello di base e un certo tonnellaggio di tessuti e loro creavano gli abiti. Stavano a San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Ottaviano oppure a Grumo Nevano e Sant’Antimo.

Poi arrivarono i cinesi, alla fine degli anni Novanta: aprirono opifici enormi dentro scantinati, lavorarono 20 ore al giorno e decretarono la fine delle imprese italiane, strozzate dalla concorrenza sleale. Dopo i cinesi, fu la volta di pakistani, indiani e cittadini del Bangladesh. Ma la crisi ha colpito anche le grandi fabbriche orientali. All’ombra del Vesuvio e a nord del capoluogo sono rimaste solo le famiglie: il cinese che con la moglie e i figli confeziona i capi a casa, per conto terzi. Sono i nuovi fasonisti, solo che lavorano il triplo e producono di più. Sono centinaia, praticamente impossibile stanarli tutti. E hanno un grosso problema: devono liberarsi dei ritagli di stoffa, gli scarti della lavorazione. Non possono tenerli nelle loro case già piccole, non li smaltiscono secondo le regole perché costerebbe troppo. Allora li affidano a personaggi senza scrupoli, che impongono tariffe e tempi di consegna. Poi queste buste zeppe di pezze di stoffa finiscono nella pineta del Parco Vesuvio o lungo le aree di sosta dell’Asse mediano. E quasi sempre vengono bruciate. 
Martedì 27 Settembre 2016, 09:05 - Ultimo aggiornamento: 27-09-2016 09:05
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