Violentata dal branco a 15 anni: reato «cancellato» per i baby stupratori

Martedì 9 Ottobre 2018 di Dario Sautto
La violenza avvenne in questa capanna
«Cosa avrei fatto se fosse successo a mia sorella? Li avrei uccisi». Questa è una delle risposte date da uno dei baby stupratori di Pimonte, che da ieri sono stati completamente riabilitati dopo un percorso di diciotto mesi di recupero. In un anno e mezzo hanno superato con esito positivo la messa alla prova. Tutti – tranne uno – hanno compreso il senso di quanto è successo, hanno affrontato il percorso rieducativo e adesso non hanno più nessuna pendenza con la giustizia. Alcuni hanno lasciato la scuola e lavorano a tempo pieno, altri si sono dati allo studio in maniera costante e presto si diplomeranno. 

Sono dodici i ragazzi coinvolti nell’orrendo stupro di Pimonte. Uno era tredicenne all’epoca dei fatti e quindi non imputabile. 

In dieci hanno deciso di dare una svolta, di cancellare – almeno per la giustizia – quel reato commesso a quattordici, quindici e sedici anni. Uno stupro di gruppo ai danni di una ragazzini di appena quindici anni, una loro amica, la fidanzatina di uno di loro, che invece aveva deciso di darla in pasto al branco. Due volte, sotto la minaccia dei video registrati con gli smartphone e poi circolati tra i ragazzini, la quindicenne era stata costretta a subire la violenza sessuale, all’interno della capanna che ospita a Natale il presepe vivente della Valle Lavatoio, a Pimonte. Lì, in quel luogo angusto che in inverno si illumina a festa e si trasforma in meta per tanti amanti del presepe, lontano da occhi indiscreti e abbastanza vicino alla roccaforte del clan Di Martino – tre ragazzini sono parenti prossimi di elementi di spicco dei camorristi di zona – era scattata la peggiore delle logiche del branco. 
 
Era il periodo tra aprile e giugno del 2016. Poco più di due anni dopo, arriva il provvedimento del gip del tribunale dei Minorenni, Paola Brunese, che chiude la vicenda giudiziaria per dieci ragazzini, assistiti dal collegio difensivo composto dagli avvocati Roberto Attanasio, Salvatore Mosca, Marziano Vicedomini, Antonio de Martino, Franco Attanasio e Umberto D’Apice. Il giudice ha disposto di non doversi procedere, estinguendo di fatto il reato e cancellandolo dalla fedina penale dei ragazzini. Questo perché quei giovanissimi imputati hanno superato lo scoglio più difficile, affrontando per diciotto mesi le prove, con impegno e dedizione. Tutti hanno studiato, si sono impegnati con attività di volontariato tra comunità di recupero e chiesa, e hanno anche iniziato a lavorare. C’è chi ha fatto il giardiniere presso una casa famiglia. Chi invece ha preparato panini in una rosticceria ambulante. Chi ha fatto l’aiuto cuoco e chi il pizzaiolo. Chi si è dedicato allo sport e adesso fa costantemente canottaggio, calcio, palestra. Chi ha trovato la sua strada, lasciando gli studi e, dopo sei mesi da apprendista, è stato assunto in una ditta specializzata in impianti idraulici: «Un lavoro che ha imparato in poco tempo e che gli piace tantissimo». Dieci storie di dieci ragazzini, incappati nella più tremenda delle vicende. Uno di loro si è fidanzato, sogna un futuro con la sua ragazzina: «Ho capito che devo essere gentile con lei. Sono premuroso, bravo, rispettoso. Le voglio bene davvero». 

Uno dei componenti del branco di Pimonte, imparentato con un camorrista e, in questa triste vicenda, con una posizione marginale – aveva «solo» assistito alla violenza sessuale sulla ragazzina – ha invece deciso di non seguire assolutamente il percorso riabilitativo e, al termine dei dodici mesi (a lui era più breve) di messa alla prova è stato «bocciato» e condannato a due anni di reclusione. È tuttora libero, in attesa del secondo grado di giudizio, ma è l’unico del gruppo a rischiare il carcere minorile. Sì, perché alla fine dell’intera triste vicenda di Pimonte, nessuno andrà veramente in carcere. 

«Una cosa che, al termine del processo, ci lascia un po’ con l’amaro in bocca – dice l’avvocato Maria Pia Di Maio, che ha rappresentato la famiglia della ragazzina durante tutto l’iter giudiziario – perché può passare un messaggio sbagliato. È vero, per il nostro ordinamento a causa dell’età i giovani non sono punibili se non in questo modo, ma la messa alla prova sembra una punizione non adatta ad un reato commesso che è così grave». Una questione, quella della giusta pena, più volte sollevata da più parti. «Capisco che questo possa non essere il momento adatto per parlarne – aggiunge l’avvocato Di Maio – ma c’è qualcosa nell’ordinamento minorile che andrebbe valutato e rivisitato. Appena due anni dopo, a pochi chilometri di distanza, a Castellammare, è successo un episodio analogo. E questo ci dovrebbe far pensare». 

Tutto questo, però, dando un valore diverso anche alle vittime di reati sessuali da parte di minorenni: «La speranza è che quei ragazzi abbiano recepito il comportamento negativo. Io ho visto risposte importanti da parte loro e la loro rieducazione era la cosa principale. Però, alla fine, la famiglia della mia assistita ha lasciato l’Italia, quasi come se fossero loro a doversi vergognare. L’unica persona che porta serie conseguenze fisiche, morali e psicologiche sarà lei. Sembra che, in questo modo, paghi solo chi ha subito. Usciti dall’aula, siamo rimasti tutti con una sensazione di impotenza». Adesso la ragazzina vive in Germania. Ha mai perdonato chi le ha fatto così tanto del male? «Assolutamente no, ne abbiamo parlato anche a luglio, quando ci siamo incontrate. Gli assistenti sociali hanno confermato che non c’era nessuna prospettiva di riconciliazione tra lei e quei ragazzi. Non ha mai voluto confrontarsi con loro. Non li ha mai più voluti rivedere, nemmeno in aula. E non ha valutato neanche di accettare le scuse che comunque le sono arrivate. E – conclude l’avvocato Maria Pia Di Maio – chiunque si sia immedesimato in quella ragazzina pensa che sia più che comprensibile il suo comportamento». Ultimo aggiornamento: 09:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA