Azar Nafisi vince il Premio Serao: «I libri non salvano ma liberano l'anima»

Lunedì 28 Maggio 2018 di Donatella Longobardi
In scena tre signore della lirica come Rosa Feola, Maria Grazia Schiavo e Carmen Giannattasio al fianco di Lina Sastri e Carolina Rosi. Le cantanti impegnate nel dare il meglio con le loro melodie, le attrici pronte ad animare lo spettacolo con la loro parola. Ma nella serata al San Carlo per la consegna del Premio Serao alla scrittrice iraniana esule negli Usa Azar Nafisi, il segno del femminile oltrepassa il palcoscenico per finire in platea e dietro le quinte. «Ebbene sì, il San Carlo è un teatro “donna”. Non solo ci sono io a guidarlo da nove anni ma nello staff dirigenziale c’è una maggioranza femminile», ammette la sovrintendente Rosanna Purchia. Al suo fianco c’è Emmanuela Spedaliere, responsabile Affari Istituzionali e Marketing e con lei una schiera di signore nei reparti cardine del teatro: segreteria artistica, ufficio legale, personale, sartoria, direzione di scena, ufficio stampa. «Evidentemente la nostra caparbia ricerca della trasparenza in una competizione ampia e aperta per individuare i nostri collaboratori, premia le donne, forse siamo più brave», insiste la Purchia che dopo la proiezione del film dedicato al giornale, «Il senso del Mattino» nel 2015 e il concerto di Jonas Kaufmann, anche quest’anno ha ospitato «Il Mattino» in occasione di un suo evento aperto alla città.

Un evento interamente giocato tra letteratura, musica e arte con la Nafisi protagonista. Autrice di Leggere Lolita a Theran, la scrittrice ha sottolineato le linee comuni tra la sua scrittura e quella della Serao, una donna come lei in prima linea nel denunciare i problemi della sua terra e della sua comunità: «La letteratura mi ha consentito il primo approccio con l’Italia attraverso Pinocchio, un libro dove l’impossibile diventa possibile, come trasformare il legno in anima, perché l’anima e l’immaginazione hanno un potere sovversivo, come i libri: non è un caso che il primo gesto dei tiranni è quello di bruciare i libri», ha detto la scrittrice dal palco, affascinata dal colore e gli stucchi del San Carlo, e ricordando una sua studentessa che in carcere in Iran, prima di essere portata a morire aveva parlato di Henry James e Scott Fitzgerald la scrittrice: «Penso a Primo Levi che in prigione traduceva Dante che per lui era più importante di una razione di pane. I libri non possono salvarci dalla morte, ma restituiscono l’integrità dell’essere umano».

 

Napoli per lei è Totò, ma dimentica l’accento sulla «o», dice «Toto», l’Italia per lei «esporta bellezza».
Donna Matilde, dice, «di cui mi sono procurata tutti i libri in America, comprendendo le affinità che ci legano, sarebbe subito adottata dalle studentesse iraniane, che amerebbero il suo messaggio di emancipazione concreta come amano quello di Gandhi e di Martin Luther King.

Tutte d’accordo con lei le molte esponenti di punta della cultura e dell’impegno cittadini al femminile presenti in sala come Maria Pia Incutti, Maria Grazia Leonetti, Carmen Pellegrino, Santina Picone, Gabriella Fabbrocini, Marinella De Nigris, Rosita Marchese, Gabriella Buontempo, Imma Pempinello, Fiorenza Calogero. O come Wanda Marasco, che ricorda l’importanza di un personaggio come Matilde Serao: «Ha saputo lasciarci, con uno sguardo colmo di pietas, la testimonianza di terribili errori della storia commessi sulla città», nota la scrittrice, sottolineando la felice relazione «di pensiero» esistente tra il giornale, il teatro, la scrittrice cui è intitolato il riconoscimento e la premiata. Una relazione che diventa straordinaria attualità nelle riflessioni di un’altra autrice napoletana come Giuseppina Di Rienzo: «Certo dai tempi della Serao sono stati fatti enormi passi, ma il problema delle donne è ancora drammaticamente aperto, anche per chi si avvia nel mondo della scrittura. Quindi ben vengano riconoscimenti, pubblicità, sensibilizzazioni. Rispetto a certi problemi è sempre troppo poco». 

«Il Premio rinnova l’impegno del femminile dedicato alla città di Napoli, chiediamoci oggi quante quindicenni conoscono il profilo della Serao e per quante donne possa rappresentare occasione di ispirazione e impegno nel proprio progetto di vita», nota Alessandra Clemente assessore ai giovani e alle politiche giovanili del Comune. «Certo, la modernità della Serao non si discute, però quello che mi piace sottolineare è la sua capacità di essere coerente e indipendente nonostante tutto», dice Rosaria De Cicco, non senza una frecciatina alle donne del movimento #metoo: «Quella è fuffa, una moda. Qui parliamo di donne che hanno incarnato con dignità la cultura di una città». «Io da giovane ho fatto tante lotte politiche, il problema sono gli uomini che non accettano il desiderio legittimo delle donne di ottenere la parità, sono diventati tutti matti, prendono un coltello e uccidono la moglie», aggiunge invece Angela Pagano. «Per fortuna la forza delle donne è la stessa, ai tempi della Serao come oggi. Penso a mia madre che da sola ha cresciuto otto figli. Solo che prima spesso questa forza era nascosta, oggi siamo visibili. Evviva», aggiunge l’attrice che lo scorso anno era stata tra i protagonisti del Premio Serao nella serata al teatro San Ferdinando in occasione della consegna del riconoscimento a Antonia Arslan. Un’altra donna che come la Nafisi nel mondo arabo, ha fatto dell’impegno la bandiera della sua scrittura con le denunce contro il genocidio del popolo armeno. 
  Ultimo aggiornamento: 22:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA