«Il bambino che non poteva andare a scuola»: Napoli al tempo delle leggi razziali

Martedì 26 Gennaio 2021 di Gennaro Morra
Copertina del libro il bambino che non poteva andare a scuola di Ugo Foà

Era un bambino di dieci anni quando in Italia furono promulgate la leggi razziali. E Ugo Foà, che era nato e cresciuto a Napoli, quartiere Vomero, era ansioso di cominciare il ciclo di scuole medie, che all’epoca si chiamavano ginnasio. Ma i genitori dovettero spiegare a lui e ai suoi quattro fratelli che la scuola era stata bandita a loro e a tutti gli alunni di religione ebraica dal Decreto Regio del 5 settembre 1938. Fu quello il primo impatto traumatico che la discriminazione razziale, imposta dal regime fascista, ebbe sulla sua vita. E da quell’esperienza scioccante parte Il bambino che non poteva andare a scuola (edizioni Manni, Lecce), libro autobiografico in cui Foà racconta lo smarrimento di quei giorni, la paura della deportazione, che caratterizzò gli anni seguenti, e la gioia per la liberazione della città avvenuta dal 27 al 30 settembre 1943 grazie prima alla rivolta degli scugnizzi e poi all’intervento degli americani il primo ottobre.

Il libro, uscito il 12 gennaio e già primo in classifica su Amazon nella sezione Biografie storiche per bambini, è la naturale evoluzione del lavoro svolto da Foà per mantenere viva la memoria di quell’epoca: «Da circa 25 anni giro le scuole italiane per incontrare i ragazzi e raccontargli quella che è stata la mia infanzia durante le leggi razziali – ha spiegato a Gianni Simioli e Serena Li Calzi durante La Radiazza, programma in onda su Radio Marte –. Per 40 anni ho preferito non parlarne perché mi pesava troppo, ma poi ho capito che era importante comunicare alle nuove generazioni il dolore che prova un ragazzo a cui viene vietato di andare a scuola e incontrare i propri compagni, la fatica e la tristezza di dover studiare a casa, l’umiliazione di recarsi agli esami da privatista e leggere sul registro, accanto al tuo nome, “di razza ebraica”».

Ugo Foà oggi ha 92 anni, vive a Roma ed è membro di Progetto Memoria, un’associazione direttamente collegata alla comunità ebraica della capitale. Ma fino all’età di 23 anni ha vissuto e studiato a Napoli: «Nel 1943 gli ebrei in città erano appena un centinaio – ha raccontato ancora durante il collegamento telefonico con La Radiazza –. In quei giorni ce ne stavamo chiusi in casa con la paura che i fascisti venissero a prenderci da un momento all’altro. Poi il 27 settembre sono uscito per cercare qualcosa da mangiare, ma mi sono ritrovato in mezzo a una baraonda di motociclette, macchine e gente che sparava da qualsiasi parte. Perciò sono tornato di corsa a casa e siamo rimasti nascosti per quattro giorni. Infine, ricordo la gioia per l’arrivo degli americani il primo ottobre e la fine di un incubo».

E, tornando sul suo lavoro di divulgazione nelle scuole, ha affermato: «In questi anni ho trovato sempre dei ragazzi attenti e coinvolti durante i miei racconti. E questo mi ha incoraggiato ad andare avanti, perché sono convinto che i giovani devono sapere cosa è successo in quel periodo. Anzi, invito gli anziani di tutte le religioni, non solo quella ebraica, a raccontare cosa furono le leggi razziali e cosa fu il fascismo, che portò alla guerra e a tutte le conseguenze. Perché se non c’è memoria del passato, non si può costruire il futuro».

Ultimo aggiornamento: 21:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA