Herling, «Cronache napoletane» in Russia

di Silvio Perrella

All'inizio, andare a trovare Gustaw Herling nella sua casa in via Crispi significava varcare un sottile confine: di qua la città, di là la sua stanza «polacca». Tra i due luoghi sembrava che non ci fossero molte relazioni. Ma era solo un'impressione superficiale, e d'altronde a poco a poco lungo gli anni Novanta quella sua stanza fu sempre più frequentata.

Lui ogni due mesi partiva per Parigi e lì lavorava a «Kultura», la rivista dell'emigrazione polacca che aveva contribuito a fondare. Finché non fu finalmente possibile tornare in Polonia. Lì, dopo le presentazioni dei suoi libri si faceva la fila per chiedergli gli autografi. Ne era contento, certo. Ma decenni di esilio intellettuale non si eliminano con facilità.

Una volta, al ritorno da una nostra passeggiata, disse che si apprestava a partire nuovamente per la Polonia, ma sarebbe tornato a Napoli (dove è scomparso nel 2000), perché era a Napoli che voleva trascorrere i suoi ultimi tempi. Era da poco nato il nipotino che porta il suo nome e quell'evento lo aveva legato ancor di più a una città che era stato capace d'indagare come pochi e di trasformare in scrittura diaristica e narrativa.

Lo dimostra appieno il testo pubblicato in questa pagina, inedito in Italia, che figura in un'antologia di Cronache napoletane scelte dallo scrittore polacco Marius Wilk, appena uscita in Russia; sì, proprio nella terra che lo aveva tenuto prigioniero per due anni in un gulag: «Questa raccolta», scrive Wilk nella sua introduzione, gentilmente tradotta per noi da Andrea F. De Carlo, «rivela cosa ha rappresentato Napoli per l'autore di Un mondo a parte e come si è sviluppato il suo rapporto con la città in cui ha vissuto oltre quarant'anni».

In effetti Herling era un europeo che con il tempo aveva imparato a osservare il mondo dal Sud. E il Sud gli aveva suggerito di guardare alle storture della Storia, ai totalitarismi del passato e a quelli sempre in agguato senza mai dimenticarsi degli agguati della Natura.

Memorabili sono le pagine che gli furono dettate dal terremoto irpino del 1980. Penso in particolare alla sua capacità di scrutare nei dolori inflitti agli uomini e alle cose dal sommovimento della terra. La paura, sì, chi non provava paura; ma era necessario saperla guardare in faccia, rispettare la morte altrui e tenere vive le riserve di speranze per i vivi.

In quelle pagine, che non è difficile definire leopardiane, la tragedia non era messa da parte. E se ciò era possibile, lo si doveva al fatto che, avendo dovuto subire gli strazi imposti dalla Storia, era riuscito a venirne fuori come un «pellegrino della libertà»; e di quegli strazi se ne era fatto testimone e allo stesso tempo li aveva saputo trasformare nella materia di un rimuginìo continuo.

Quello stesso rimuginìo di cui si ascolta il suono nel racconto dedicato a Varlam Salamov, l'autore dei Racconti della Kolyma; un autore da Herling molto amato. In entrambi i casi un gelo scende lungo le ossa come un requiem intimo.
E ciò non è infrequente quando si legge il Diario scritto di notte. È la sua opera maggiore; quella nella quale lo scrittore seppe forgiarsi un intreccio tutto personale di annotazione e racconto, di tesa argomentazione saggistica e di peculiarità ritrattistica. E dove, quasi avesse in mente le bachiane «Variazioni Golderg», viene di continuo modulato il suo tema principale: la presenza del male nel mondo.

Ed è proprio dal Diario che Wilk sceglie le pagine napoletane, offrendo ai lettori russi di oggi la chiave per viaggiare in «un labirinto, in cui si può facilmente entrare, ma dal quale è più difficile uscire».

Forse anche per questo, entrare nella stanza polacca di Gustaw non era facile; significava entrare in una relazione ardua ma necessaria. Ci si andava per imparare ad auscultare il Novecento e i suoi tormenti; e ci si andava per allargare i confini a volte angusti di una Napoli che, come ha raccontato Ermanno Rea, era stata quasi inconsapevolmente uno dei luoghi strategici della Guerra Fredda.

E si poteva scoprire che per «lo scrittore polacco sotto il Vesuvio» come suona il titolo dell'incontro che è svolto ieri pomeriggio all'Orientale - era cominciata una stagione nella quale non aveva più «senso difendersi ostinatamente dall'amore per Napoli...».
Mercoledì 27 Settembre 2017, 08:58 - Ultimo aggiornamento: 27-09-2017 08:58


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