L'intellettuale Durante, un «principe» della cultura

di Titti Marrone

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Facciamo così: diciamo che Francesco Durante si è addormentato nel sole abbagliante e ingannevole di una Bella Giornata anacaprese per andarsene da un'altra parte, irrequieto com'era, altrove ma sempre in cerca del bello. Perché adesso questo stramaledetto annus horribilis della cultura italiana assume una coloritura ancor più insopportabile con la notizia che si fatica a dare, perché si fa fatica a crederci: e scrivere che per un malore improvviso se n'è andato nella sua Anacapri Francesco Durante, che aveva solo 66 anni e ancora tantissimo da dire e fare e inventare, obbliga a un'acrobazia immaginativa difficilissima. Almeno quanto è difficile l'ossimoro che oggi costringe ad accostare a Francesco Durante l'idea di morte. Per non dire di quanto arduo sia, e doloroso, racchiudere in queste righe la complessa traiettoria umana e intellettuale di una delle intelligenze più versatili e originali in circolazione. Perciò, qui s'impone la pausa di una scusa anticipata per la pochezza di quanto segue, al confronto con tutto ciò che lui è stato. Fin quando il 2 agosto è tornato ad Anacapri dalla Notte Bianca di Potenza - di Alessio Arena l'ultimo libro presentato, quell'Alessio Arena su cui tanto ha scommesso - dopo un ritiro nella Torricella Peligna di John Fante dove si era appartato per concludere il suo ultimo libro.

Francesco era un prisma luccicante e un principe della cultura. Possedeva una mente strepitosa capace di coniugare gli ambiti più diversi: la più alta e raffinata cultura con le espressioni vive del popolare, i giochi linguistici della sperimentazione colta con gli scherzi poetici, prosastici e musicali dell'espressività napoletana. Scriveva libri e editoriali, organizzava festival letterari, traduceva autori americani e italoamericani, faceva conoscere alla cultura italiana il minimalismo e ne traduceva gli autori, John Fante, Bret Easton Ellis, Raymond Carver e altri, curava Meridiani su Mimì Rea e Fante, lanciava iniziative editoriali, scopriva talenti letterari, musicali e teatrali, incantava gli studenti del suo corso al Suor Orsola Benincasa sulla letteratura italoamericana su cui ha scritto vari libri: insomma apparteneva alla rarissima genìa dei «kulturtrager», parola forse non per caso inesistente in italiano, che si può tradurre con «portatori di cultura» o meglio «civilizzatori». Al «Mattino», su cui ha scritto solo quattro giorni fa un editoriale come sempre mai banale sull'ultimo scempio estetico inflitto a Napoli, arrivò nel 1980, quando era direttore Roberto Ciuni. Aveva 28 anni e già una buona pratica giornalistica, avendo esordito al «Messaggero Veneto» e al «Piccolo di Trieste». Poiché era nato ad Anacapri ma cresciuto a Pordenone, da papà salernitano e mamma caprese, sempre avrebbe conservato quel certo timbro nordico che sulle prime ispirava soggezione ai colleghi della cronaca regionale allora capitanata da Clodomiro Tarsia. E quando arrivò, fu come se al Chiatamone fosse sbarcato un alieno. Perché lui era sempre avanti di molte spanne e, cosa ai tempi mica tanto frequente, perfettamente anglofono, oltre che detentore di un italiano perfetto (altra cosa ai tempi non tanto frequente). Questo non gli impediva di cercare la sua appartenenza napoletana nei meandri della lingua, delle abitudini, degli infiniti modi di essere di quello che chiamava «il perenne barocco partenopeo». Di questo trattava il bellissimo Scuorno mondadoriano del 2008, sulla Napoli della bellezza e della monnezza.
 

Francesco amava raccontare che il suo traghettatore verso la lingua e la cultura materiale napoletana era stato Michele Bonuomo, e che memorabili furono i primi anni Ottanta, nella redazione Cultura guidata da Carlo Franco: allora, in anticipo sui giornaloni centro-nordici, si realizzò uno dei più ricchi inserti culturali mai visti nel giornalismo italiano, il «Mattino del Sabato», con la grafica visionaria di Carlo Monti e una redazione scoppiettante che annoverava, con lui, Michele Bonuomo, Antonio Fiore, Eduardo Cicelyn, Salvatore Signorelli, coinvolgeva spesso e volentieri altri giovani del giornale come me, Titta Fiore, Pietro Treccagnoli, Generoso Picone, Carlo Nicotera, Francesco Romanetti e reclutava firme di giovani promettenti come Benedetto Gravagnuolo, Fabrizio Mangoni, Valerio Caprara, Bruno Arpaia, Iaia Caputo. Francesco tornava spesso, anche in libri come I napoletani, su quel periodo culturalmente vivacissimo in una città che lui raccontava curando pagine che erano piccoli gioiellini. Quando si trattava di «buttare le mani» per chiudere il numero capitava di andare in panico, ma appena lo vedevamo pigiare sui tasti della macchina per scrivere, ci guardavamo in faccia e dicevamo: è partito il postale per Palermo, cioè si stava in mani sicure, tutto sarebbe andato in porto. Intanto a Napoli, insieme al suo, sbocciavano i talenti di Martone, Servillo, Pino Daniele, e Lucio Amelio portava a Napoli Andy Warhol e Joseph Beuys, e la città sbarcava a Venezia in uno strepitoso Carnevale del teatro mentre Salvatore Pica dalla galleria L'Ellisse elevava il cazzeggio a forma di comunicazione culturale. E tutti loro coinvolgevano pure Roberto Ciuni nell'innocuo maschilismo del collettivo Humphrey Bogart, e liberavano dei capitoni nella vasca di marmo del Banco di Napoli progettata da Pagliara.

Né al giornale Durante si occupava solo di cultura: la notte del 23 novembre 1980, fu tra i primi a mettere piede nel cuore del cratere e ne scrisse da par suo. Lui diceva di essere pigro e di coltivare il proposito di stare a Capri dodici mesi all'anno, ma questo contrastava totalmente con la realtà. Prima prese a collaborare con Tullio Pironti guidandolo verso la scoperta di grandi firme, come Bret Easton Ellis di cui nel 1985 tradusse Less than zero (Meno di zero), segnalando anche da critico letterario a una distratta editoria nazionale la new wave del minimalismo. Non bastava ancora: al centro Rai di Napoli lanciò una trasmissione deliziosa, «Strano ma falso» pensata con Fabrizio Mangoni e Lucio Rufolo. Ma a un certo punto dovette essere proprio la città, oltre che il giornale, a stargli stretta: nei primi anni '90 se ne andò a Milano dove per un po' fu redattore capo nei «femminili» «Grazia», «La Repubblica delle Donne» e «Marie Claire». Finché non avvenne, a Capri, l'incontro con Leonardo Mondadori, che fu fulminato da una vera cotta intellettuale per lui e seduta stante lo nominò direttore editoriale della casa editrice nuova fiammante con il suo nome, Leonardo. Anche lì Francesco sfornò titoli importanti, come Ninfa plebea di Domenico Rea, anche lì valorizzò talenti nuovi, come Lucio Rufolo a cui, qualche giorno fa, proprio lui su questo giornale ha dedicato uno straordinario addio.

Francesco passò a fare il redattore capo centrale al «Corriere del Mezzogiorno», per poi tornare a scrivere sul «Mattino», da critico letterario dalle antenne dritte a captare i nuovi talenti meridionali e da editorialista-sentinella dei beni culturali. Il suo ultimo libro è Il Regno di Napoli per Neri Pozza, casa editrice di cui era stimatissimo consulente. Ma a assorbire molto del suo impegno era la creatura a cui aveva dato vita 7 anni fa con Ines Mainieri, «Salernoletteratura», quest'anno arrivato a oltre 30.000 presenze in dieci giorni di eventi che ne fanno il terzo festival letterario italiano. È lì che ci siamo incontrati l'ultima volta, e lui stanco ma felice mi aveva detto: «rivediamoci a Napoli per il poker con quel che resta del nostro vecchio tavolino decimato da morti inaspettate». E di morte, mi dice Antonella Cilento, Francesco aveva parlato l'altra sera a Potenza con Alessio Arena, sorridendo e scherzando a proposito di un teschio con le orecchie raccontato da lei in un articolo. Non giocheremo più, ma le parole della bellezza non andranno perdute, e allora mettiamola così: Francesco Durante ieri si è svegliato dopo aver trascorso una serata di chiacchiere belle con Igina Di Napoli, si è vestito, è uscito. Ma poi ha cambiato programma e la Bella Giornata lo ha portato in un altrove che sua moglie Alessandra, le figlie Costanza e Libera e noi tutti non possiamo sapere. Però la sua memoria viva e perenne ci sarà sempre infinitamente cara. Lo ricorderemo insieme, non in un funerale che non ci sarà, ma in un incontro collettivo, in settembre, con quelli che lo hanno amato.

 
Domenica 4 Agosto 2019, 09:55 - Ultimo aggiornamento: 04-08-2019 17:39
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