Toni Servillo torna a Napoli: «La mia Elvira diventa un film di Sorrentino»

di Titta Fiore

Per la terza stagione, e dopo una tournée internazionale che lo ha portato con successo da Parigi a San Pietroburgo e a una lunga serie di tutto esaurito al Piccolo di Milano, Toni Servillo torna a Napoli con «Elvira», lo spettacolo tratto dalle lezioni del grande attore francese Louis Jouvet sul monologo di Donna Elvira nel quarto atto del «Don Giovanni» di Molière. Una scelta coraggiosa sulla funzione maieutica del teatro e sulla creazione del personaggio, premiata ovunque da numeri record per spettatori e alzate di sipario. Da martedì 8 al 20 di gennaio Servillo sarà al Bellini, dove aveva debuttato, affiancato dai tre giovani partner di questo allestimento, Petra Valentini, Francesco Marino e Davide Cirri, in una coproduzione Teatri Uniti-Piccolo che, nella tappa napoletana, sarà arricchita da due attività collaterali: domenica prossima, all'Istituto Francese Grenoble, la proiezione in anteprima italiana del documentario «La scene Jouvet» di Benoit Jacquot, e sabato 19 al Bellini, dopo la recita, la proiezione del film «Il teatro al lavoro» che Massimiliano Pacifico ha realizzato sulla messinscena di «Elvira».

Le lezioni di Jouvet formalizzate da Brigitte Jacques, e qui tradotte da Giuseppe Montesano, raccontano tra l'altro la fenomenologia della creazione artistica. È questo che colpisce al cuore gli spettatori?
«Elvira è un testo che parla di interiorità, di spiritualità, del confronto tra il profondo di un attore e il profondo del personaggio. Ho avuto l'impressione che il pubblico avvertisse il sollievo di trovarsi di fronte a una proposta che non avesse a che fare con il concetto di mercato, né dovesse rispondere a domande utilitaristiche come: funziona?, a che serve?».

In altre parole, in ballo è la funzione stessa dell'arte.
«La ricerca che compiono i nostri personaggi ha una tale affascinante gratuità, è così legata al desiderio di fare un viaggio nell'interiorità, dove non c'è un risultato immediato da perseguire o un prodotto da lanciare sul mercato, che il pubblico non può non esserne preso. Oggi la partita si gioca sul concetto di funzionalità, noi invece mettiamo in scena un processo di ricerca, lavoriamo intorno a un avvento: quello del personaggio. È come se il palcoscenico fosse un grande ventre da cui gli spettatori vedono nascere il testo».

Si aspettava una partecipazione così numerosa ed entusiastica?
«Con un pizzico di orgoglio ho salutato il pubblico milanese dopo ottanta recite, un record assoluto che ci avvicina a numeri da musical europei e che conferma il valore del nostro sforzo e del Piccolo che ha saputo accoglierlo. Allo stesso modo, a Napoli abbiamo fatto il tutto esaurito al Bellini per un mese, e ora torniamo con grande fiducia nel pubblico partenopeo, nel suo desiderio di confrontarsi con un'esperienza che spinge il teatro ai confini della spiritualità, ma anche dell'esercizio nella pratica quotidiana».
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Domenica 6 Gennaio 2019, 13:30
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