La storia maledetta del convento di Sant'Arcangelo a Baiano: nel '500 orge e delitti

Lunedì 16 Luglio 2018 di Marco Perillo
La storia maledetta del convento di Sant'Arcangelo a Baiano: nel '500 orge e delitti

«Di orrenda memoria, ma per diversa ragione, non perché infestato di spiriti ma perché bruttato da fatti di libidine e di sangue e di sacrilegio, era il vicolo di Sant'Arcangelo a Baiano, dove si vedeva ancora la chiesa supersite dell'antico monastero di monache benedettine, abolito nel 1577».
Sono le parole che Benedetto Croce dedicò a uno dei luoghi più enigmatici della città, teatro di una delle leggende napoletane più losche, che per secoli attrasse l'attenzione di intellettuali e storici. Di mano in mano transitava un libello, «Cronaca del convento di Sant'Arcangelo a Baiano». Si disse che era stato scritto addirittura da Stendhal, stampato a Napoli nel 1860 dopo essere stato pubblicato in Francia, in forma anonima, nel 1829, riscontrando un successo degno di un moderno bestseller.
L'oggetto del piccolo libro sono i clamorosi avvenimenti che si verificarono negli anni del governo vicereale di don Pedro da Toledo, quando la degradazione morale nei conventi, dove molte fanciulle, soprattutto nobili, erano costrette a prendere il velo senza averne alcuna voglia, toccò il suo apice.
Era il 1540 quando un gruppo d'illustri adolescenti napoletane fu sacrificato dalle rispettive famiglie, per questioni di salvaguardia del patrimonio, a monacarsi nel convento di Forcella, fondato nel XIV secolo da Roberto d'Angiò. Si chiamavano Agata Arcamone, Chiara Frezza, Laura Sanfelice e Giulia Caracciolo, così belle e piene di vita da non voler rinunciare alla loro vita mondana sebbene divenute benedettine. Accadde che un giorno Agata, Giulia e un'altra suora, Livia Pignatelli, furono scoperte in compagnia dei loro amanti e accusate di aver intrecciato le tresche amorose all'interno del convento. Ciò accadde dopo essere state spiate dalle consorelle che, pettegole, riferirono tutto alla madre superiora. Fu il finimondo, tanto che le giovani furono condannate a una pena correzionale dal vescovo. Tutto finito? Macché. Si scatenò una vera e propria guerra tra le suorine, che cominciarono a farsi dispetti e angherie continue. Si sparse addirittura la voce che Giulia e Agata, unite da una forte amicizia, fossero amanti.
A questo punto, si scatenò la follia della Caracciolo, che per vendetta fece uccidere gli amanti di Chiara Frezza e della badessa, responsabili delle malelingue. I sicari li ammazzarono proprio quando i giovani avevano scavalcato le mura ed erano entrati nel monastero. Per evitare lo scandalo, le autorità non indagarono. E fecero male, perché dopo poco tempo la badessa e altre due suore furono avvelenate. A quel punto, quando già in città si parlava di delitti e di orge all'interno del luogo sacro, tirando in ballo anche il povero don Pedro, ritenuto complice, le autorità ecclesiastiche inviarono un ispettore a far luce sulla vicenda: il futuro santo Andrea di Avellino. Accortosi di quanto male c'era all'interno del convento, decise di sopprimerlo per sempre. Le suore coinvolte nei delitti furono condannate a bere della cicuta. Giulia fu mandata all'ergastolo, mentre Chiara si uccise con un pugnale davanti al vicario generale.
 

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