Linguaggio inclusivo: ecco cos'è la schwa

La sua introduzione è stata osteggiata duramente in Italia, anche dall'Accademia della Crusca

La lettera schwa
La lettera schwa
di Roberta Avallone
Lunedì 5 Dicembre 2022, 12:03
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È sempre più comune che all'interno di una lingua vengono adottate soluzioni per renderla inclusiva e neutra. L'esigenza nasce da diverse situazioni, ad esempio nei riguardi delle persone non binarie, coloro che non si identificano cioè né nel genere maschile né in quello femminile e per cui l'uso di parole declinate nell'uno o nell'altro genere può creare disagio. Il problema nasce anche se ci si riferisce a un gruppo di persone di genere misto. In italiano viene utilizzato normalmente il maschile plurale esteso che però non risponde alle esigenze di inclusività. 

Da un riflessione del 2015 di Luca Boschetto, appassionato di temi relativi all’inclusività di genere e linguistica, nasce “Italiano inclusivo” ovvero “una proposta di estensione della lingua italiana per superare le limitazioni di una lingua fortemente caratterizzata per genere”. Se in altre lingue del mondo l'adozione di proposte inclusive nel linguaggio è stata più semplice, come nel caso del “singular they” in inglese, in Italia, almeno negli ambienti più sensibili al tema, si è iniziato adottando l'asterisco a sostituzione della declinazione di genere. La sua impronunciabilità ha reso necessaria la ricerca di una soluzione alternativa, ed è qui che fa la sua comparsa lo schwa (ǝ), per il singolare e lo schwa lungo (з) per il plurale. L'argomento è stato toccato lo scorso anno anche dalla sociolinguista Vero Gheno, in un Ted Talk a Firenze. 

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«La schwa - afferma Luca Boschetto - è una lettera utilizzata nell'alfabeto fonetico internazionale che è l'alfabeto usato in linguistica per trascrivere i suoni di ogni lingua. Qualche anno fa ho sentito il bisogno di trovare un modo per parlare in italiano in modo non sessista e che fosse inclusivo anche delle persone non binarie.

Da semplice appassionato di linguistica ho cercato una soluzione e nel bel mezzo di quello che si chiama il quadrilatero delle vocali, a metà strada tra la o e la a, sia da un punto di vista fonetico che da un punto di vista grafico ho trovato la schwa. A quel punto mi sono messo anche a cercare una soluzione per il plurale».

Il suono è già utilizzato in Italia in alcuni dialetti come nel caso del napoletano:  “màmmeta” è pronunciato, secondo la trascrizione IPA - International Phonetic Association -, come /’mammətə/. 

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La sua introduzione è stata osteggiata duramente in Italia, anche dall'Accademia della Crusca che ha definito lo schwa “inaccettabile”. «Modificare lo status quo è sempre percepito come minaccioso - dichiara Boschetto - in particolar modo di solito da chi detiene il privilegio che si mette in discussione. A volte anche da chi invece appartiene a una minoranza ma è più restia al cambiamento. Poi c'è chi adduce come motivo di opposizione, il fatto che la lingua italiana dovrebbe essere rispettata e conservata così com'è, dimenticandosi però che le lingue sono fenomeni naturali che evolvono nel tempo e che non vivono solo di grammatica. Se così non fosse parleremo ancora l'italiano del 1200 o lingue venute ancor prima. Anche fosse che dovessimo rispettare una lingua: non è più importante il rispetto delle persone a quello di un'entità astratta come una lingua?», aggiunge.

«La schwa è sempre più utilizzata in ogni contesto nel quale si desideri comunicare in modo non sessista o rispettare le persone di ogni genere compresi generi non binari. Se questa sensibilità si diffonderà non vedo alcun motivo per il quale l'uso della schwa non debba diventare comune in ogni contesto», conclude.

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