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Marco Rossi-Doria, parlo di me: «Le nostre scuse ai ragazzi, abbiamo vissuto nell'agio e lasciamo a loro i debiti»

Sabato 3 Settembre 2022 di Angelo Carotenuto
Marco Rossi-Doria, parlo di me: «Le nostre scuse ai ragazzi, abbiamo vissuto nell'agio e lasciamo a loro i debiti»

Sono passati sedici anni da quando Marco Rossi-Doria attraversava Napoli a piedi, da candidato sindaco, con uno zainetto dietro le spalle. Ha avuto molte altre vite, prima e dopo, ma la foto di quell'esperienza è l'immagine esatta di un percorso personale di servizio, dentro o fuori le istituzioni. È stato maestro elementare e il primo maestro di strada nelle periferie, non solo italiane, sottosegretario all'Istruzione, dallo scorso anno presidente dell'impresa sociale Con i bambini del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile. Suo padre Manlio, economista, fu meridionalista insigne, sua madre Anna Lengyel figlia del drammaturgo ebreo ungherese Melchior, l'autore della sceneggiatura di Ninotchka. Tra qualche giorno inizia la scuola, il calendario delle disuguaglianze non ha principio né fine.

Quando ha avuto consapevolezza di appartenere a una famiglia speciale?
«Più che speciale, strana. C'erano anche ombre con cui non era facile convivere. Dal lato di mia madre, a parte il nonno sopravvissuto alla Shoah, erano presenti i lutti dei campi di sterminio. Dal lato di mio padre le conseguenze di un antifascismo non solo teorico. Tutta la sua gioventù è trascorsa tra confine e carcere. La nostra era una casa in cui le pesantezze del 900 si incontravano tutte».

Come si cresce in un contesto del genere?
«Con un grande senso di responsabilità. Ho dovuto acquisire standard di comportamento elevati. Mio padre riteneva la Repubblica un grande valore, faticosamente conquistato. Non c'era spazio per l'eccesso, per la volgarità. Si avvertiva un messaggio implicito: credi in qualunque cosa tu faccia. Papà aveva un buon carattere, mamma i suoi libri e gli incontri con tanta gente interessante. C'erano i privlegi di una borghesia cosmopolita, forse bohémien nei modi, sicuramente rigorosa. Ma sono andato via presto. Era il loro modello: si cresce e si va. A cercarsi uno stipendio proprio, a mettere su una vita».

La prima immagine della sua infanzia?
«Una girandola che si muoveva al vento, tra le mani di mia cugina Paola adolescente, in campagna. Il lavoro di mio padre ci ha portato per lunghi periodi in America. Sono passato dalla scuola sperimentale di Berkley a quella più disciplinata di Portici. Ho fatto il maestro perché fui espulso dal liceo dopo aver risposto a un'aggressione fascista. Ero al quarto ginnasio nel 68, mi è venuta presto la passione per l'insegnamento, i più piccoli, le periferie. E poi c'era la casa in campagna dove giocare con i ragazzi del paese cinque mesi l'anno, le cozze da pescare, gli alberi su cui arrampicarsi. Quando eravamo in città, giocavo a pallone, andavo a vedere il Napoli, giravo su Vespe truccate, Molti viaggi, molti campeggi».

Che c'entra il calcio, in questa sua formazione?
«Papà si era fratturato le gambe in montagna a 20 anni, zoppicava, credo non avesse mai giocato. Mi affidava a un suo grande amico, Filippo, il custode della Facoltà di Agraria a Portici. Avevano una relazione intensa, si erano consociuti da ragazzi quando lui studiava. Era Filippo che mi acocmpagnava allo stadio e mi spiegava le partite».

Come le paiono i ragazzi di oggi?
«Vedono il mondo in maniera diversa e noi non lo capiamo. Seguono l'attualità in Rete. Hanno accesso a fonti alte. Non sono i cretini dei like che vengono descritti. Si costruiscono idee complesse e originali. Hanno dismesso l'idea che da adulti si debba fare una cosa sola. Sono disposti a cambiare, a spostarsi, soprattutto dal Mezzogiorno, non solo chi proviene da famiglie protette, ma anche da contesti popolari e operai. Hanno imparato mestieri legati a nuove forme di comunicazione e servizi. Hanno imparato le lingue, poco a scuola, molto guardando film, ascoltanto musica, ospitando amici».

Quanto sono stati feriti dalla stagione del lockdown?
«Hanno vissuto tanta sofferenza, ma non sono pessimista. Hanno mostrato resilienza. Sono meno ideologici, non esistono solo bianco e nero. Sono più avanti di noi su ambiente e sostenibilità. Purtroppo sono pochi. La crisi demografica è spaventosa. Sono il 14% della società, la mia generazione toccava il 34%. Si proteggono da noi, dall'incombere delle generazioni precedenti che ripetono sempre le stesse cose. Bisognerebbe ascoltarli di più, dargli potere. Hannah Arendt ha detto che ognuno condivide le responsabilità della propria generazione. Ecco, visti i risultati, dovremmo chiedere scusa, ai nostri ragazzi».

Lo dice da educatore o da uomo reduce da esperienze di governo?
«L'uno e l'altro. Un'intera generazione ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. L'io è prevalso sul noi. La mia amica Fabrizia Ramondino diceva che la borghesia deve meritarsi il privlegio di rispondere per le parti deboli della società. Non può farsi sempre gli affari suoi. Guardi quella napoletana quanto poco ha fatto per la città. Così, ogni tanto chiediamo a qualche tecnico di rimarginare la miopia narcisistica di una classe dirigente non all'altezza di un grande paese. E ce la prendiamo con i ragazzi, ai quali lasceremo il debito pubblico da pagare, Pnrr compreso».

Nelle scorse settimane, il New York Times citava uno studio basato su 21 milioni di connessioni facebook, sostenendo che una chiave per la riduzione del disagio è la crescita delle relazioni trasversali tra ricchi e poveri. Che ne pensa?
«Dopo una folle ubriacatura liberistica, mi pare uno dei segnale della presenza di un pensiero liberale consapevole che lo Stato serve, come garante della necessità dell'istruzione e dei servizi sanitari. Altrimenti si generano disuguaglianze. Ora lo dicono tutti, ma dietro la retorica, quanti sono disposti a chiedere allo Stato di applicare l'articolo 3 della Costituzione, nel secondo comma: dando di più a chi parte da una situazione svantaggiata? Oggi la prima forma di ingiustizia è negare a molte donne molte posizioni e molte possibilità».

A proposito di distanze. Qual è il suo parere sull'annuale risentimento del nord verso le lodi alle maturità scolastiche del sud?
«Il risentimento non serve, né al nord né al sud. Non mi stanno simpatici né i neoborbonici né la parte ricca del paese, che si riaffaccia ogni tanto a destra come a sinistra dietro la follia regionalistica in contrasto all'uguaglianza nazionale. I cento 100 al sud si possono leggere in due modi che convivono. Ci sono quelli che nascono in un contesto dove i mezzi pubblici sono un disastro, in famiglie complicate, in edifici scolastici sgarrupati. Sono 100 che forse sarebbero 90 altrove, ma altrove hanno avuto tutto il resto, perfino un anno effettivo di studio in più, col tempo pieno che qui spesso è un sogno. E poi esiste il rendimento di ragazzi che possiedono reattività da fuoriclasse, emersi da condizioni difficili, con un 100 dello stesso reale livello di un altro al nord. Se è così, allora vale 115. Se questa discussione esiste, facciamola in entrambi i sensi».

Esiste ancora una questione meridionale, dunque?
«Esiste, ma ci sono tanti nord e tanti sud. Le aree interne e le periferie contengono gravissime diseguaglianze, le più profonde dell'Europa occidentale. Non esiste un altro posto dove il Pil, il numero dei poveri e la dispersione scolastica producano un gap a due cifre. Un ragazzo del centro di Benevento non è molto diverso da un ragazzo di Cremona, ma un ragazzo delle valli del Trentino, dove ho lavorato, deve svegliarsi alle 5 per arrivare in città due ore dopo, e così al ritorno. Se a scuola si diploma con 90, quel 90 vale il 100 di un coetaneo che vive in centro a Milano con la cameriera in casa. Lascerei perdere i numeri. Io scriverei i crediti su una lista di dieci pagine, con l'attestazione delle competenze in ogni materia. E la controfirma dello studente». 

Ultimo aggiornamento: 4 Settembre, 09:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA