La mia Napoli di Zigon: «Dal mare di Posillipo a capitano d'industria»

Venerdì 26 Novembre 2021 di Maria Chiara Aulisio
La mia Napoli di Zigon: «Dal mare di Posillipo a capitano d'industria»

Il mare di Posillipo, una barchetta in legno più simile a un guscio di noce e il vento di maestrale che non sempre si alzava. Erano quelle le occasioni in cui si partiva trionfanti, remando con la foga di novelli Abbagnale. Aveva poco più di dieci anni l'ingegnere Marco Zigon quando, con l'amico del cuore, da Villa Martinelli puntava la prua dritta su Palazzo Donn'Anna.

La Napoli della sua infanzia.
«Momenti indimenticabili».

Perfetto marinaio.
«Dipendeva dal vento. Contavo sul maestrale che, soffiando, mi avrebbe riportato a riva. Devo ammettere che non sempre accadeva».

Quindi?
«Solito gozzo di passaggio. In realtà non ci allontanavamo mai troppo: si sapeva che spesso il ritorno sarebbe stato a traino e allora meglio non rischiare».

A mare fin da bambino, quindi.
«È sempre stata una passione. Mio padre lo sapeva e mi regalò una barca, era molto piccola. Riuscivo a malapena a portare un paio di amici. E però il divertimento era garantito».

Vita a Posillipo?
«Quando mio nonno Giuseppe decise di trasferirsi a Napoli da Trieste, negli anni Trenta, scelse di andare a vivere vicino al mare e comprò casa a Villa Martinelli».

Come mai lasciò il Friuli?
«Era un ingegnere di grande talento. Aveva due lauree e parlava tre lingue, inusuale per quegli anni. Lavorava in Austria, alla Siemens, quando gli offrirono un posto nella direzione generale di una società del gruppo Sme che produceva trasformatori elettrici».

Con sede a Napoli.
«Certo. Accettò di buon grado quel lavoro e sbarcò a Posillipo con la famiglia. Poi scoppiò la guerra e quando si trattò di ricostruire tutto ciò che era stato distrutto, il nonno decise di mettersi in proprio».

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In che anno?
«Era il 1949 quando la famiglia Zigon fondò a Napoli la prima azienda di trasformatori. Trent'anni dopo il trasferimento a Marcianise dove la Getra è cresciuta diventando leader in Italia e sui principali mercati del mondo».

Torniamo alla sua Napoli, quella dell'università per esempio.
«Federico II, facoltà di Ingegneria».

Tradizione di famiglia.
«L'aria che si respirava in casa fatalmente era quella. E però l'ingegneria non può essere solo questione di tradizione: è necessaria anche una buona propensione altrimenti arrivare alla fine del percorso non è affatto scontato».

Facoltà complessa.
«Chiuderla nei cinque anni, e con il massimo dei voti, richiede impegno e abnegazione. Ricordo ancora le giornate - e le serate - di studio con i miei compagni di facoltà».

Quanti eravate?
«Tre, amici fraterni ormai da quarant'anni. A turno si andava a casa dell'uno o dell'altro. Pomeriggio sui libri, cena insieme, e poi di nuovo sui libri fino a tarda notte».

Che impegno!
«Una specie di servizio militare lungo cinque anni».

Addirittura?
«Scherzo ovviamente. È stato faticoso ma entusiasmante: è chiaro che ogni tanto ci concedevamo un po' di relax ma la priorità erano gli esami, e l'obiettivo il massimo dei voti. Mio padre, per intenderci, il 27 lo considerava già da mediocri».

Lei invece gli portò una laurea con lode. E l'ingresso a pieno titolo nell'azienda di famiglia.
«Dico sempre che imprenditore non si diventa per eredità. Se ho proseguito l'attività fondata dal nonno, e portata avanti da mio padre, è perché sono riuscito a vincere la sfida sul campo. Ho dimostrato che quell'azienda era ciò che volevo, consapevole delle responsabilità che mi aspettavano».

Ha mai pensato a un piano B?
«Forse avrei potuto assecondare la mia passione per il mare dedicandomi alle costruzioni navali. Mettere su un cantiere sarebbe stata una bella idea».

Mai dire mai.
«Ho già abbastanza da fare. In ogni caso qualche svago me lo sono anche concesso».

In che senso?
«In passato ho comprato barche d'epoca - ma non solo quelle - e poi le ho ristrutturate a modo mio».

Acquista imbarcazioni e le rifà?
«Le personalizzo, non le rifaccio. Dagli interni alla parte esterna mi piace rimodularle secondo i miei progetti».

Poi tutti a bordo.
«Amo navigare e il mondo della nautica mi appassiona anche dal punto di vista ingegneristico. Il Mediterraneo l'ho girato tutto, la vita in barca non mi stanca mai».

Torniamo in città. Ha mai pensato di andar via da Napoli?
«Non ho mai preso in considerazione l'ipotesi di spostare la mia attività altrove - benché ne abbia avuto l'opportunità in più di un'occasione - Sono innamorato di Napoli ma il degrado che ci circonda mi amareggia ogni giorno di più».

Questione di stato d'animo?
«Emozioni contrastanti. Da un lato la straordinaria bellezza di una città che continua a lasciarmi senza fiato; dall'altro il caos e il disordine e l'inciviltà che condizionano la vita di tutti».

Soluzioni ne vede?
«Uno dei grandi problemi che abbiamo è legato alla crescita culturale del territorio. Bisogna partire da qui: istruzione e formazione. Dobbiamo trasmettere, ai giovani in particolare, i concetti di conoscenza, senso civico e legalità. Ce la faremo? Non lo so. In ogni caso provarci è un dovere».
 

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