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Marisa Laurito, la ribelle armata di sorriso: «Ho importunato Eduardo, Brass mi voleva nuda»

Martedì 13 Aprile 2021 di Luciano Giannini
Marisa Laurito, la ribelle armata di sorriso: «Ho importunato Eduardo, Brass mi voleva nuda»

«Confesso che ho vissuto» titola Pablo Neruda le proprie memorie. Lo stesso può affermare, con la briosa chiarezza che la distingue, Marisa Laurito, attrice, cuoca eccellente, artista contemporanea, direttrice del Trianon di Forcella e «napoletana doc». Fin dalle prime pagine dell'autobiografia, al capitolo zero (sì, c'è un capitolo zero), prorompe: «Tento di fare onore alla vita da quando mi sveglio al mattino a quando mi addormento la sera».


Sacrifici, sogni, risate, dolori, amicizie, volti anonimi e celebri, Eduardo, Luciano De Crescenzo, Renzo Arbore, Marina Confalone, l'avvocato Agnelli... viaggi, appartamenti, cani, galline, autostop, la passione per la cucina; una propensione naturale allo scherzo ribelle, al piacere del gioco e alla goliardia che è sì antidoto al male ma anche frutto di una lucente natura mediterranea; una quantità di aneddoti deliziosi, esilaranti, bizzarri, perfino esoterici: tutto questo e altro affolla Una vita scapricciata, edito da Rizzoli (18 euro), in cui sulla soglia dei 70 anni («19 aprile 1951, a mezzanotte») Marisa si libera; e in 400 pagine condensa una esistenza popcorn, ricca e scoppiettante, che non è vagabondaggio nei giorni e negli anni, ma concreta il proprio scopo nella stessa sua essenza: vivere, «con curiosità e senza la paura di osare».


Come una bottiglia di Dom Perignon, Marisa spumeggia dalle pagine e, tra le guizzanti bollicine, offre con leggerezza una lezione profonda: «Nella mia filosofia di vita l'abbrutimento, far prevalere l'istinto più selvaggio sulla ragione è vietato, mentre è richiesto sorridere ed essere positivi, anche quando c'è poco da ridere... Tutto ha un inizio e tutto una fine. E non importa come ognuno di noi inizi, importa come ognuno di noi finisca, quanto bagaglio di conoscenza porteremo con noi e quanto amore lasceremo nei cuori di quelli che abbiamo incontrato...».


Questa è Marisa con il viraggio della serietà. Poi c'è l'altra, quella della levità, che è vincente perché irrorata dai sani principi imposti dalla severità «dittatoriale» di papà Nino («lavorare sodo è l'unica via per guadagnare onestamente») e le amorevoli, intelligenti cure di mamma Tina, concertista diplomata in pianoforte (c'è anche il fratello maggiore, Pino): «A casa mia nessuno aveva un nome che fosse quello dell'anagrafe. Questo fu uno dei tanti aspetti in cui ruppi le regole. Io sarei stata... Marisa e basta».


Famiglia, indole e città - la Napoli oleografica degli anni 50 - forgiarono la personalità di una creatura baciata dal sole, che a 8 anni rivelò a se stessa: «Voglio fare l'attrice», suscitando in casa uno scalpore che divenne panico quando, crescendo, puntò i piedi e fece intendere urbi et orbi che non avrebbe seguito il sentiero comandato: maestrina, sposa e prolifica mamma partenopea. «Capa tosta», femminista, ribelle, schietta, Marisa ci accompagna nelle stanze progressive delle sue vibranti avventure: il rifiuto dei pretendenti, accompagnati alla porta moggi come i fiori che le avevano portato con pimpante speranza; la decisione di trasferirsi a Roma; la dura gavetta; la convivenza bohémienne con Marina Confalone; la fame; i provini («ero sempre troppo qualcosa... grassa, magra, alta, bassa, napoletana...»); l'incontro con Eduardo, «seguito, cercato, spiato, importunato, assediato»; la scrittura nella sua compagnia («sono una sostenitrice della legge di attrazione. Possiamo avere tutto ciò che vogliamo, basta volerlo»).


Ancora: il tentato adescamento di Fellini (si fece investire dalla sua auto, da terra riaprì gli occhi e gli disse: «Sono una grande attrice drammatica?»); quello, mancato, di Brass (il film era «Orfeo e Euridice», «mi aspettavo il racconto del mito, di una Euridice spogliata della vita e dell'amore. Trovai una Euridice spogliata e basta»); le tournée nella provincia profonda, in teatri colabrodo; le verdure che le lanciarono dalla platea quando sostituì Rosa Fumetto; le prove nelle cantine dell'avanguardia, con i Santella; l'esperienza nella sceneggiata, alla corte di Merola («nel momento in cui o Malamente avrebbe dovuto sparargli, dal pubblico fu lanciato un coltello, che andò a conficcarsi nella quinta alle spalle di Mario, accompagnato da un urlo: Difendete a stu fetente e mmerda»).


Finalmente, giunsero i primi riconoscimenti di tanto sacrificio: Il film «La mazzetta»; l'incontro con Luciano De Crescenzo («davanti c'era un uomo, bellissimo, indossava un abito blu che si intonava perfettamente con i suoi occhi azzurri, una camicia bianca e un sorriso buono») e, quindi, con Renzo Arbore; la televisione, il debutto nel tempio del Bagaglino, l'intuizione felice di lasciarlo per farsi condurre dalla corrente luminosa della cometa jazz e scintillante di «Quelli della notte»; il successo; l'invito a casa Agnelli, dove il racconto evoca giocoforza quello di Fantozzi e Filini nella casa dei potenti di turno... Gli aneddoti, squisiti, si susseguono e coinvolgono perché Marisa non tende a sedurre ma, semplicemente, a condividere ore impregnate di vita. È questo il suo segreto: essere vera e rivelarsi senza falsità. Ecco, io sono così. Siate voi stessi e vivete, anima e corpo, finché fiato avrete in entrambi.

Ultimo aggiornamento: 18:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA