Martone: «Napoli città aperta, contro la paura abbattiamo i muri»

di Titta Fiore

Per chiudere la bella mostra che ha celebrato al Madre i suoi primi quarant'anni di carriera, Mario Martone ha scelto di fare una «passeggiata» tra il Museo d'arte contemporanea di Donnaregina e il Nest, il teatro di San Giovanni a Teduccio da dove è partito il suo rivoluzionario «Sindaco del rione Sanità»: un percorso che, unendo idealmente centro e periferia della città, rimarcasse allo stesso tempo il senso dinamico del suo concepire il discorso artistico, in una riflessione sul passato capace di dialogare con il presente e di proiettarsi verso il futuro. E domani, alla Festa del cinema di Roma, il regista de «L'amore molesto» parlerà in un incontro con il pubblico del fenomeno Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice che proprio del rapporto tra le due Napoli, rapporto conflittuale, affascinante, angoscioso, ha fatto un cardine della sua narrazione amata nel mondo. Il parallelo non è casuale. «A pensarci, anche L'amore molesto era concepito come un road movie metropolitano» dice Martone, «perché spostandosi dal rione Luzzatti al Vomero al mare i personaggi finiscono per valicare muri di carattere geografico e temporale fino a perdersi nel labirinto di una scrittura di grande potenza».

Nella sua passeggiata di quattro ore tra «le due città» ha valicato muri?
«Lo spunto è stato il walkabout di Carlo Infante, mi aveva proposto una camminata dal Madre ai Quartieri Spagnoli, dove sono nati i miei primi spettacoli. Ma l'impostazione avrebbe contraddetto il senso della mostra, cioè l'idea di lavorare sul passato in una maniera libera, assertiva e proiettata al futuro. M'interessava mettere in piedi un dispositivo contemporaneo e non una forma di storicizzazione. Volevo dar conto del mio lavoro in maniera complessa».

E quindi ha cambiato itinerario.
«La sera prima del walkabout sono stato all'inaugurazione della nuova Sala Assoli, il legame con i Quartieri Spagnoli resta fortissimo. Ma in questa occasione mi piaceva che la passeggiata fosse verso le periferie. E mi sono incamminato verso San Giovanni a Teduccio, dove ci sono le tracce vive di un passato legato alla crescita del movimento operaio e dove ho fatto incontri di un'umanità straordinaria. Com'è possibile non aprirsi alle periferie, non tentare, come si fa a New York e a Milano, di rigenerarle restituendole alla comunità risanate? La nostra passeggiata voleva dire, appunto: abbattiamo i muri, basta con la paura».

Inutile negare che le periferie sono anche degrado, traffici, criminalità, stese.
«Infatti non lo nego, ci mancherebbe. Ma non si può parlare solo di questo. Penso ai murales di Che Guevara dipinti da Jorit sulle facciate di due palazzi di Taverna del Ferro come a un simbolo di resilienza e di rinascita. Esiste una forza propulsiva della città che non può essere ignorata. Certo, affrontare i problemi derivati da una rivoluzione inclusiva non è semplice, però non dobbiamo farci avvelenare dalla paura. Almeno bisogna guardare, aprire gli occhi. A furia di aver paura il male ti coglie dove sei».
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Giovedì 25 Ottobre 2018, 10:10 - Ultimo aggiornamento: 25-10-2018 10:58
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