Roscia contro tutti gli stereotipi: «Gesti e corna napoletane andrebbero sdoganati»

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di Francesca Cicatelli

Irriverente, bizzarro. Massimo Roscia ci ha abituati a non abituarci. Persino alle corna. Quelle che a Napoli sono un gesto apotropaico irrinunciabile per scacciare i mali a cui l'autore di «Peste e Corna» (Sperling & Kupfer editore) riconosce «immediatezza e universalità» come avviene per le frasi fatte. Il linguaggio prêt-à-porter «delle espressioni idiomatiche, dei modi di dire, delle metafore logore però non deve invadere ogni ambito semantico. Il burocratese ne abbonda, il giornalese ne abusa, in cucina sono uno degli ingredienti principali e nel meteo poi mietono più vittime dei violenti nubifragi. A volte servono a dare colore al discorso o a rompere il ghiaccio, ma più spesso appiattiscono la comunicazione in un prevedibile ammasso verbale trito e ritrito, con il risultato di parlare molto senza dire niente», mette in guardia lo scrittore.

In questo libro Roscia, il non-linguista, non-lessicografo e non-grammatico si diverte a prendere in giro l'inveterata tendenza ad usare formule stereotipate Lo fa attraverso la storia di Mario, un mite impiegato romano che, ovunque si volti, si imbatte nella quintessenza della banalità espressiva, fino ad avere il sospetto che a essere trita e ritrita non sia la lingua, ma l'idea. Giocando con le parole come Flaiano e Campanile, Roscia torna a far sorridere e riflettere sull'uso dell'italiano, invitando a cercare un modo migliore per dire sempre le stesse cose.
 

 
«Peste e corna»: perché questo accanimento sulla lingua italiana quando le è venuta la voglia di rendere la lingua protagonista? 
«Non sono io ad accanirmi contro la lingua italiana ma quelli che invertono il congiuntivo con il condizionale, fanno strage di apostrofi ed accenti, gettano la punteggiatura a casaccio,  seviziano la lettera h, quelli che usano il piuttosto che con valore disgiuntivo, quelli che eccedono in inutili foresterismi specie in anglicismi, quelli che abusano di frasi fatte logorate dall'uso».
 
Perché scervellarsi, anche si alle frasi prêt-à-porter che sono come un codice, un protocollo contro i malintesi...
«È vero a volte sono molto utili, sono un confortevole rifugio, un pronto soccorso salvifico e ci risparmiano la fatica di pensare qualcosa di originale e ci aiutano a rendere più efficace la comunicazione, a dare vivacità, freschezza, colore al nostro linguaggio. Un uso meccanico però della combinazione dei parole senza chiedersi da dove provengano, rischia di svuotare di significato le frasi con meri riempitivi verbali a lungo fastidiosi».
 
Il dilagare del bullismo a scuola è dovuto anche alle parole sbagliate, al vuoto di parole?
«Nel parlare di bullismo, di aggressioni, di sopraffazioni e perdita dei valori si corre il rischio di scadere nella retorica. Pur deprecando questo fenomeno sociale, non riesco a trovare una diretta correlazioni tra parole sbagliate e comportamenti fisici, psichici così violenti e vessatori. Quello che posso dire è che sarebbe utile insegnare ai nostri figli a riscoprire le parole giuste, le locuzioni gentili, tutte quelle parole e frasi a rischio di estinzione, come buongiorno, grazie prego, per favore. Proviamo a ripartire da lì».
 
È anche un critico enogastronomico, per la cucina non ci sono più parole per quanto è eccessivamente sovraesposta e sviscerata?
«Non c'è canale che non proponga una trasmissione un cui uno chef o una massaia o un improvvisato brucia-padelle stia li a dispensare ricette, cucinan do manicheratti Non c'è rassegna gastronocnca in cui non sia previsto uno show cooking o un cooking show usati come perfetto sinonimo . Ecco anche in questo mondo regnano incontrastate frasi fatte: orami i pistachi sono solo quelli di Bronte e le alici solo del Mar Catabrico».

A Napoli la desinenza è monca o meglio mozzata, è una lingua che deprivata e depravata per questo? in città le frasi fatte spesso sono gesti: c'è un codice gesticolare: sarebbero da sdoganare, in barba alle sentenze, i gestacci?
«In tutta Italia alcune frasi fatte sono sostituite dai gesti, a Napoli poi grazie all'estro i concitati movimenti di mani e di braccia sono la norma e andrebbero codificati e sdoganati. D'altronde mi sento molto napoletano in questo e la copertina del mio libro lo dimostra».
 
Gioca con le parole, i calembour spesso fanno storcere il naso ad alcuni intellettuali cosa risponde?
«Gli intellettuali? Mi tornano alla mente le parole di Luciano De Crescenzo: ciò che dà fastidio agli intellettuali è la realtà».
 
Se le parole sono un gioco ben venga non dar loro troppo peso?
«Sì in fondo, in ultima analisi, partendo dal presupposto, fermo restando, ammesso e non concesso, daje oggi e daje domani, non c'è due senza tre, del resto, mi insegnate che la matematica non è un'opinione e da cosa nasce cosa, alla fine della fiera, alla fine della giostra è tutto un gioco senza se e senza ma».
 
Giovedì 26 Aprile 2018, 20:12 - Ultimo aggiornamento: 27-04-2018 10:40
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