Morra Greco riparte da Durham e la natura a Palazzo Caracciolo di Avellino

Sabato 29 Giugno 2019 di Alessandra Pacelli
Morra Greco riparte da Durham e la natura a Palazzo Caracciolo di Avellino

Una passione per l'arte, una collezione di oltre mille opere di duecento artisti contemporanei, una forte capacità di dare corpo concreto ai sogni. Maurizio Morra Greco ha l'aria soddisfatta di chi raggiunge i propri obiettivi, e ci accoglie ancora molto indaffarato alla vigilia della riapertura della sua Fondazione, dopo quattro anni di lavori di ristrutturazione. Il luogo è sempre lo stesso, in pieno centro storico: quel Palazzo Caracciolo di Avellino di cui in passato si intuiva il fascino e che ora, pur trovando una nuova funzionalità in sintonia con i tempi, fa sfoggio di tutta la sua monumentale cinquecentesca bellezza.
 
Un edificio che inizialmente ospitava un convento di monache benedettine, in cui abitò Torquato Tasso, riammodernato nel Settecento e passato per vari proprietari aristocratici fino a venire frazionato in appartamenti privati e in parte adibito a scuola elementare. Ricordavamo la seduzione decadente di un palazzo fatiscente, troviamo adesso una sequenza di sale affrescate, volte riccamente decorate, un camino in pietra, alcuni pavimenti storici salvati, la famosa scala a calicò scolpita interamente nel piperno. Insomma, una meraviglia. Restituita alla città grazie anche al contributo finanziario ottenuto attraverso la Regione Campania, e che Morra Greco intende far vivere in un denso programma espositivo che avrà però alle spalle residenze di artisti, coinvolgimento del territorio e dialogo con altre importanti realtà culturali italiane ed estere.

L'inaugurazione è per stasera alle 18, con una mostra di Jimmie Durham, Peter Bartos, Henrik Hakansson. Tre personali che mettono in dialogo artisti molto distanti tra loro sia per provenienza geografica e culturale che per i materiali utilizzati, ma accomunati da un linguaggio creativo che in qualche modo mette al centro le istanze sociali, lo sguardo verso la propria storia e la propria terra.

Si comincia con Durham, cui è stato appena assegnato il Leone d'oro alla carriera dalla Biennale di Venezia, ben conosciuto a Napoli che da qualche anno ha eletto a sua città d'adozione. Le origini Cherokee lo hanno portato a incrociare la spinta artistica con l'attivismo politico (è anche saggista e poeta), fondendo il peso del tempo con la memoria del mito: il suo lavoro nasce dal desiderio di smantellare il potere delle culture dominanti per favorire una ricerca dell'essenza dell'arte, dando vita ad opere che sono assemblaggio dei materiali più disparati, ossa di animali, oggetti di uso quotidiano o di scarto. Ne vengono fuori forme totemiche, figure antropomorfe che nella loro metamorfosi racchiudono anche il senso della catastrofe, la cui potenza è però capace di ricondurci al mito e al sacro. Lo incontriamo alla Fondazione mentre sta ancora allestendo una sua opera: è letteralmente immerso nella materia, posiziona pezzi di lamiera su una struttura in legno, si ferma e osserva, ne parla con la moglie Theresa Alves, anche lei artista. In mostra ci sono infatti lavori storici della collezione di Morra Greco, ma anche nuove produzioni realizzate per l'occasione.

Si passa poi a Bartos, artista slovacco ottantenne che ha scelto la natura come centro della sua ricerca, sviluppandola in due segmenti principali: «Nomadart» che affida all'idea di nomadismo la riscoperta del territorio d'origine (lui stesso fa in parte vita da nomade, portando sempre con sé grandi valige cariche del suo lavoro ma anche di vettovaglie come se dovesse intraprendere lunghi spostamenti), e «Zoomedium» individuando nella struttura della zoo il luogo della relazione uomo-animale. La sua mostra, a cura di Mira Keratovà, dà conto di un vasto lavoro fatto attorno allo zoo di Bratislava (dove ha anche lavorato): l'esplorazione del luogo, documentata nei minimi dettagli, si esplica in mappe tratteggiate, disegni, fotografie e documenti vari che vengono proposti in collage e dipinti che sono vere e proprie stratificazioni di pensieri.

Infine Hakansson, artista svedese cinquantenne, che muove dall'osservazione dei cicli di vita naturali, mischia antropologia e biologia, utilizza la tecnologia per raccontare o ricreare piccoli ecosistemi. Da Morra Greco, con la precisione di un entomologo, propone due differenti narrazioni: «The monsters of rock» in cui ricostruisce l'habitat adatto ad accogliere grilli vivi, il cui frinire viene diffuso da un sistema di microfoni e amplificatori stile concerto rock; «July.20.2004» in cui il filmato del volo di una farfalla viene dilatato nel tempo, in una sequenza poetica che ne esalta movimento e grazia.

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