Morris West e la «Napoli d'oro e di stracci» di don Vesuvio con i suoi scugnizzi

di Donatella Trotta

«I bambini di Napoli non hanno voce. Mi sono impegnato a dargliene una. Un bambino non ha ideologia politica, non ha nazionalità. Ha solo il diritto di vivere, il diritto di sperare. Se questi diritti gli vengono negati, si compie un crimine contro l’umanità, ed ogni uomo onesto deve alzare la voce contro di esso». Sono trascorsi più di sessant’anni, ma le parole del grande scrittore australiano Morris West (1916-1999), nel suo libro-indagine sugli scugnizzi partenopei - e sull’irrisolta Questione Meridionale - Children of the Sun (1956) sembrano scritte oggi. E non soltanto perché gli inquietanti dati dell’ultimo Rapporto Oxfam, che ci interpellano su «Bene pubblico o ricchezza privata?», rilanciano con forza lo scandalo della povertà e delle acuite iniquità sociali nel mondo globalizzato, a discapito di diritti universali come istruzione e sanità; ma soprattutto perché, rispetto ai bambini che non hanno voce (invisibili ai più come i morti, precisa West: doppiamente cancellati dall’indifferenza globalizzata), oggi basta solo cambiare il colore della pelle. La lingua. L’etnia: «la miseria ha lo stesso colore», commenta amaro Salvatore Di Maio, classe 1952, sociologo e scrittore con una operosa carriera da dipendente pubblico specializzato nei rapporti con l’Ue e gli organismi internazionali.

Di Maio lo sa bene: lui è uno dei “bambini del sole” raccontati da West. Da quando aveva sei anni ha vissuto fino al 1967 (e si è salvato) nella Casa dello Scugnizzo fondata a Materdei - con padre Spada - da Mario Borrelli (1922-2007), indimenticato e veemente ex “don Vesuvio” che così connotava quei piccoli di strada, orfani o fuggiaschi, da lui accolti, amati, curati, sfamati, istruiti. E avviati a una vita normale: «A dieci anni sono troppo uomini per essere bambini e troppo bambini per essere uomini». E si deve non a caso proprio a Salvatore Di Maio, ora, la cura della prima attesa edizione italiana di Children of the Sun, longseller dell’ampia produzione editoriale di West: autore molto amato, dotato di intuizioni profetiche (come quelle sull’elezione del primo Papa slavo, nel libro Nei panni di Pietro, 1963, e sul ritiro di Ratzinger, in I giullari di Dio, 1979), trasposto sul grande schermo e tradotto in 30 Paesi con oltre 60 milioni di copie vendute. Il libro, con il titolo Figli del sole (240 pagine, annunciate da Di Maio sull’ultimo numero del trimestrale «Il Tetto»), è in uscita in questi giorni per La Città del Sole nella traduzione di Liliana Calabrese, con una partecipe prefazione della figlia di West, Melaine Bryan, Direttore di «The Morris West Collection» Ltd che ha ceduto i diritti di questa storia di «straordinaria eredità di compassione e amore», capace di «portare un vero cambiamento nella vita di altri».

Un volume prezioso, perché finalmente restituisce (e contestualizza, anche con foto d’epoca) al pubblico italiano una storia di rara forza (e sconvolgente attualità) condivisa “sul campo” con empatica onestà intellettuale e narrata, come Franz Kafka auspicava nella sua lettera a Oskar Pollak del 1903, in modo avvincente e perturbante: quasi come «un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi». Un libro, anche, necessario perché aggiorna pure, con un’appendice di utili testimonianze di ex scugnizzi, sugli attuali sviluppi e prospettive della Fondazione Casa dello Scugnizzo, nella cui sede in piazzetta San Gennaro a Materdei 3 avverrà la prima presentazione (venerdì 25 gennaio, ore 17.30: con Di Maio interverranno Antonio Lanzaro, Presidente della Fondazione; Guido D’Agostino, Presidente dell’Istituto Campano della storia della Resistenza “Vera Lombardi”; Sergio Minichino e Bianca Desideri, Presidente e direttore del “Centro Studi “Mario Borrelli” e Antonella Verde, Consigliera della Fondazione).

«Volevo scrivere un libro costruttivo, per indicare le cose buone e quelle cattive. Mostrare dove erano iniziate le riforme nel Sud, e l’aiuto di cui avevano bisogno per stimolare la loro crescita. Troppi scrittori – troppi scrittori italiani – avevano reso redditizio il teatro delle miserie di Napoli. Volevo fare qualcosa di più», scrive West, malgrado tutto «fiducioso nella famiglia umana», motivando - con questo preciso affondo sull’immaginario olograficamente straccione proliferato intorno a Napoli - la genesi della sua seria investigazione sull’infanzia nella città delle Quattro Giornate, nell’immediato dopoguerra. E a 19 anni da L’ultima confessione, il suo libro su Giordano Bruno pubblicato postumo, West ritorna così oggi, opportunamente, nelle librerie italiane a turbare le coscienze con le storie da lui raccolte con amore e indignazione, senza facile retorica ma con un richiamo forte anche al mondo cattolico (al quale l’autore apparteneva). Storie buie di corruzione, degrado, disperazione ma anche luminose di fede, amore, speranza. Storie religiosamente laiche e laicamente religiose: dal caso Cirio della famiglia Signorini a San Giovanni a Teduccio, per fare un solo esempio, all’incontro con Gaetano Salvemini a Sorrento, a parte l’opera caparbia ed eroica di Borrelli e Spada, presti scomodi e pionieri di riscatto educativo e sociale nella “Napoli d’oro e di stracci”.

E molto più della Pelle di Curzio Malaparte, ma un po’ come Il ventre di Napoli di Matilde Serao, il suo è allora il racconto in prima persona di una discesa agli inferi (mai del tutto superati) della città porosa che offre una serrata (e attualissima) analisi dei danni alla fiducia e alla coesione sociale prodotti dalle radicate collusioni dei poteri forti (amministrativi, politici, informativi, imprenditoriali, persino ecclesiali), e dal conseguente nesso (nefasto) tra ignoranza, povertà e paura che ancora oggi piaga il sistema Italia nell’intero mondo globale: proprio come l’indifferenza globalizzata, malattia mortale della contemporaneità più volte denunciata dal magistero di papa Francesco. Un incubo dal quale West, allora, tentò di liberarsi scrivendo il suo libro-verità sugli scugnizzi di Napoli, esempio di civile letteratura ricca di pathos e di giornalismo investigativo etico fitto di dati: «Devo fare della mia voce la voce degli affamati, senzatetto, diseredati, miseri, innocenti bambini di Napoli», le parole dell’autore. Che aggiunge: «Devo bussare ai cuori per loro, scavando come fanno loro, non per il pane, ma per la pietà e l’umana bontà e soprattutto per la speranza». Per restare, in una parola, umani.
 
Giovedì 24 Gennaio 2019, 09:39
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