Gli ottanta anni di Salvatore Pica: «Esco e cerco il nuovo ogni mattina»

Lunedì 7 Gennaio 2019 di Luciano Giannini
Salvatore Pica: 80 anni oggi, festeggiati dalle 10 alle 13 alla Feltrinelli di piazza dei Martiri. «Arrivare a domattina sarà una conquista», dice la sera prima. Poi, subito, una ventata di sana scaramanzia: «Se arrivo a domattina... ma senza impegno». E aggiunge: «Sono fiero di me». Salvatore si definisce «maitre du plaisir» e «movimentista». In un giorno lontano suo figlio di 11 anni gli chiese: «Papà, ma tu che lavoro fai?». Bella domanda. Risposta: operatore culturale; organizzatore di feste e di movida; aggregatore di intellighenzie - vere e presunte - della Napoli dell'arte, della politica, del giornalismo; venditore di mobili e di opere d'arte; artefice di gallerie-negozi-centri culturali come Ellisse; di accademie, come quella della Catastrofe; di bar come Pik & Paik; e talent-scout nelle sue Pica Galleries.

Salvatore, alla fine, che lavoro fa, o ha fatto?
«Sono un ricercatore. Di me stesso. Per capirmi, ne ho usato vari, tre o quattro quanto le mie vite: il design, l'arte, la catastrofe, la notte. A 75 anni compresi... che avrei dovuto fare l'impiegato del catasto e non il movimentista. Quando arrivi a quella età e prendi coscienza di te, ti rendi conto di quel che avresti fatto e di quel che hai fatto. In realtà, è stata la vita a chiamarmi».

Nel 2004 lei definì la sua una «vita sfumata».
«Il titolo esatto del libricino che distribuii gratis in 500 copie, a Milano, nello spazio di Maurizio Marinella, era La rabbia esaudita per una vita sfumata. Chiudevo un ciclo, ne aprivo uno nuovo. In quella frase non c'era soltanto la coscienza di non essere artista, ma di essere chi pensa, di notte, a come evitare di combinare guai il giorno dopo».

Ha avuto molti «cicli» in 80 anni?
«Glieli elenco: sono nato il 7 gennaio del '39 alla Pignasecca. Fino al 60 lottai per uscire dalla giungla del vicolo. Ci riuscii. Secondo ciclo: '60-81, progettuale, la scuola pratica e di pensiero della Olivetti, Milano, il matrimonio, i figli. Nel 68 aprii Ellisse, luogo per l'uso sociale dell'arte. Facevo i soldi vendendo mobili, ne spendevo di più per sostenere artisti e pubblicare libri».
 
Terzo ciclo.
«Incontrai il terremoto e la scomparsa di mia moglie. Nacque l'Accademia della catastrofe. Presi atto che la morte esiste e ha valore. Entrai in un tunnel. Ne uscii con la nascita del terzo figlio, Davide».

Il terremoto devastò anche un'etica.
«Presi coscienza che il progresso civile a Napoli era impossibile; gli intellettuali abbandonarono l'idealismo per il materialismo; si riversarono sul fare, sull'arraffare i soldi per la ricostruzione. Il sogno del 68 crollò anche in me».

Come vedeva Napoli di quel tempo?
«Vedevo me stesso. Dovevo seguire le impronte di mia madre, donna del popolo, ma maestra di etica e di comportamento. Mi diceva: Datti al commercio per raggiungere il benessere. Vedevo soltanto il mio andare verso il mondo cercando una identità moderna. La Napoli che ho vissuto era quella dei vicoli e delle canzoni, di Viviani e Totò, non di Eduardo, attore immenso ma, come drammaturgo, mero e lamentoso narratore dell'esistente».

Nella sua formazione il design ha avuto importanza.
«Mi ha dato la coscienza dell'essere umano, delle sue competenze e capacità, quel che qui ancora manca. Lavorando a Milano, imparai la cultura industriale».

Quale fu l'importanza del centro Ellisse?
«Mi insegnò a conoscere le tre Napoli: del potere politico, di quello economico, e quindi sociale, e la Napoli dei discreti, di Massimo Troisi, che usa il gioco, la leggerezza, l'ironia per sostenere la realtà. È la Napoli che si accetta, ha identità e consapevolezza e, perciò, è serena con se stessa. Da questa conoscenza sono nati svariate riflessioni e libricini, per esempio La donna napoletana divisa per quartiere, che ora sarà ristampato anche in inglese».

Lei fu tra i responsabili della nascita di una vera movida napoletana: che ne pensa di quella odierna?
«È frutto dell'economia globalizzata e della cultura omologata. Io detti alla movida un senso compiuto, partendo dalla memoria, usando il presente, guardando al futuro. Ma c'è qualche eccezione. Mio figlio ha conosciuto un vecchio dj che fonde Mina, Paoli, Hendrix, gli Stones... con i suoni di oggi; così il passato si lega al presente, e gli anni 60 diventano forse comprensibili anche a un ventenne».

Progetti?
«Credo nell'imprevedibilità. Sono una bestia sociale, esco ogni mattina, m'immergo nel mondo e aspetto il nuovo. Resto fedele al mio motto: credere nell'amore, obbedire all'istinto e sognare di essere l'altra metà di sé». © RIPRODUZIONE RISERVATA