Muti torna al San Carlo per la prima: «Il mio Mozart napoletano per gioco»

Sabato 27 Ottobre 2018 di Donatella Longobardi
«È un'opera che lascia l'amaro in bocca, un gioco perverso ricco di ammiccamenti erotici, evidentemente Mozart e Da Ponte si divertivano alle spalle di chi non capiva i loro messaggi da buontemponi, ma di Napoli, più studio la partitura, e più mi accorgo che c'è poco». Così Riccardo Muti condensa il senso del «Così fan tutte» con la quale inaugura la stagione del San Carlo il 25 novembre. Opera attesissima, in un nuovo allestimento con la regia della figlia del maestro napoletano, Chiara, alla sua seconda esperienza con i capolavori del trittico italiano dopo «Le nozze di Figaro».

Attesissima anche perché Muti, eccetto le proposte al Ravenna Festival, non dirige spettacoli lirici in Italia dopo l'addio all'Opera Roma nel 2014. E perché, nonostante i tanti concerti con grandi orchestre ospiti o con l'orchestra di casa, il maestro finora ha diretto a Napoli un solo titolo lirico, un tormentato «Macbeth» 34 anni fa. «Vengo a Napoli pieno di positività, saranno giorni bellissimi anche grazie a Mozart, uno degli autori che ho più diretto e ho amato di più», dice Muti di ritorno dal Giappone dove ha ritirato il Praemium Imperiale, una sorta di Nobel della cultura, e incontrato l'imperatore Akihito.

Maestro Muti, il suo rapporto con il Giappone è sempre più intenso, c'è un motivo?
«Il problema è che noi italiani ci culliamo sul niente, in Oriente fanno. Ovunque in Cina e Giappone nascono nuove sale da concerto, la cultura musicale è sempre più valorizzata. A Tokyo replicherò la mia Italian Opera Academy, un progetto nato quattro anni fa a Ravenna per svelare i segreti dell'opera a giovani direttori provenienti da tutto il mondo».

Pochi gli italiani?
«Inutile girarci intorno... Io da anni grido nel deserto, l'Italia è il Paese che ha dato di più alla storia della musica ma sull'argomento c'è troppa indolenza. I cinesi cercano disperatamente di trovare il segreto del suono degli Stradivari, da noi basterebbe guardare alla Napoli musicale del Settecento per riempirsi gli occhi di meraviglia, il Sud non è solo una palla al piede del Paese».

Lei quando è in giro per il mondo sbandiera con orgoglio i suoi natali partenopei.
«E non potrei fare altrimenti. Mia madre raccontava fiera i viaggi in treno da Molfetta a Napoli per dare alla luce me e i miei fratelli in casa della nonna, in via Cavallerizza a Chiaia, numero 14».
 
E il suo rapporto con il San Carlo?
«È un teatro dalla grande storia, che ci sia o meno Muti che apre la stagione. Ma, come tutti i teatri italiani, vive un momento delicato perché la cultura è bistrattata. La tv, che è lo specchio del Paese, propone poco di interessante, si subisce passivamente una perdita di valori drammatica. E spesso in Europa non va meglio...».

Questo «Così fan tutte» è coprodotto con l'Opera di Vienna.
«L'Austria con Salisburgo e Vienna è un'isola felice. Il mio rapporto con i Wiener è antico, il mio debutto a Salisburgo lo feci proprio quest'opera di Mozart, fu Karajan a invitarmi. Era il 1979, ero in tour negli Stati Uniti con la Filarmonica di Londra. Ero a Raleigh, Nord Carolina, quando una mattina alle 7 squillò il telefono. Karajan. Sulle prime non gli credetti, pensai a uno scherzo. Gli chiesi come avesse fatto a trovarmi, mi rispose che se uno vuole davvero trovare una persona la trova. Avevo dubbi se accettare, quel titolo era il cavallo di battaglia di Karl Bohm. Ma lui fu fermo: Voglio che lo faccia lei, mi dica sì o no. Dissi di sì».

Ci sono altre edizioni che ricorda?
«Beh, parlando di Vienna, quella al Theater an der Wien nel 94 con la regia di Roberto De Simone affiancato da Carosi e Nicoletti per scene e costumi. Uno spettacolo che ricordo con affetto, messo su con una pattuglia di napoletani straordinari in cui si respiravano l'aria e lo spirito di Napoli, e la sua grande tradizione barocca».

In questo nuovo allestimento del San Carlo, però, ci sarà poca Napoli, dove l'opera è ambientata.
«Napoli è citata una sola volta nel libretto. Si pensa alla malinconia partenopea solo in una frase: soave sia il vento, tranquilla l'onda. Per il resto Mozart non fa riferimenti specifici. Per questo ho molto riflettuto su una storia che mi raccontò un vecchio musicologo incontrato anni fa passeggiando davanti alla Cattedrale di Vienna. Mi fermò e mi chiese, Lei è napoletano? Ma sa perché Così fan tutte è ambientato a Napoli?. Poi mi raccontò che ai tempi di Mozart aveva fatto molto scalpore la vicenda di due coppie che s'erano scambiate i partner, questo avveniva nel distretto di Neu Stadt. Per evitare riferimenti concreti Mozart e Da Ponte avrebbero mutato il nome del luogo: nuova città o Nea Polis, Napoli. Un gioco diabolico, se è vero chi lo sa».

Dunque anche la regia di sua figlia Chiara attinge a questa lettura?
«Chiara, e non lo dico perché è mia figlia, ha fatto un ottimo lavoro. È cresciuta alla scuola di Strehler, conosce l'opera a memoria, non si vedranno stranezze né esperimenti. Certo, nonostante le situazioni buffe, i giochi erotici di molte frasi che non tutti riescono a comprendere appieno, il finale è amaro. Allora c'era l'abitudine di rivolgersi al femminile, così il titolo è riferito alle donne. Ma io credo sia evidente che il Tutte possa esser letto come Tutti, il messaggio è universale. Quando si scopre l'inganno dei due uomini partiti per finta e poi tornati mascherati per mettere alla prova la fedeltà delle fidanzate, ognuno non si fida più dell'altro, le donne dei compagni e viceversa. E questo lascia l'amaro in bocca. Non è come nel Don Giovanni dove il male è evidente fin dalla prima scena. Qui si insinua pian piano come un veleno, non a caso credo sia l'opera più complicata delle tre scritte da Mozart e Da Ponte, e forse anche la più bella». Ultimo aggiornamento: 09:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA