Pignon-Ernest torna a Napoli: «Le mie mistiche tra fede e passione carnale»

di Pasquale Esposito

Il tormento e l'estasi. «Il dolore della carne non è da meno rispetto a quello spirituale, gli stessi scritti delle mistiche, che sono patrone della Chiesa, sono molto forti: esse si infliggono tormenti, e condividono i dolori delle passione di Cristo». Ernest Pignon-Ernest ha dedicato alle mistiche della Cristianità la mostra che lo riporta a Napoli («una città che sento mia»), che ha per titolo «Extase», e che sarà inaugurata domani alle 11,30 in uno dei luoghi più evocativi della città, Santa Maria al Purgatorio ad Arco, la chiesa delle «anime pezzentelle» in via Tribunali, nel corpo di quel centro antico attraversato dagli interventi che nel corso di un trentennio (l'artista, nato a Nizza nel febbraio 1942, esponente del movimento Fluxus, situazionista, arrivò qui la prima volta nel 1988) ha realizzato ispirandosi direttamente ai luoghi, i vicoli (le «ruelles», un'altra sua ricerca napoletana), con dipinti, poster, immagini, «marchiando» i palazzi antichi dalle mura sgretolate, come le rughe sono segni del tempo e della storia.
Artista plastico, Ernest Pignon-Ernest ha sempre inteso l'arte, la sua arte, come un impegno totale: politico, poetico, estetico. Studi di Architettura, un interesse per l'antropologia, oggi torna sul luogo dove nel 1988 espresse la sua visione dell'arte, il centro antico di Napoli con le sue pietre, i muri della città storica, quasi una pelle da rivestire con i suoi disegni e serigrafie, per fondere arte classica - Caravaggio primo fra tutti, poi Luca Giordano - con una visione e una rilettura della contemporaneità.
 
 

«Estasi», dunque: al Purgatorio ad Arco Ernest Pignon-Ernest presenta (la mostra è a cura di Carla Travierso, coordinamento di Francesca Amirante e organizzazione di Ciro Costabile, fino al 28 aprile) una installazione dedicata a otto grandi mistiche. «In realtà sono sette, più Maria Maddalena che è l'antesignana, l'archetipo di tutte le mistiche. Tutte hanno sognato di essere Maria Maddalena. L'idea di questo lavoro mi è venuta proprio a Napoli tanti anni fa, la mostra è il risultato di una riflessione sul rapporto tra interiorità ed esteriorità, tra anima e corpo. Il lavoro è già stato presentato nel 2008 al Festival di Avignone e poi anche a Parigi,ma ho ritenuto giusto che fosse visto in questa città, che me l'ha ispirato».

Sette mistiche, più la... «capostipite»: quali sono?
«Ho scelto quelle che per me sono le protagoniste di questa dualità che ho voluto indagare sul versante della contrapposizione tra carnalità e passione da un lato, e fortissimo senso della religione, della cristianità dall'altro, rimanendo all'interno dei grandi temi della fede, per quanto forti possano essere stati i segni di una materialità non spirituale. Oltre a Maria Maddalena, sono Ildegarda di Bingen (1098-1179), Angela di Foligno (1248-1309), Caterina da Siena (1347-1380), Teresa d'Avila (1515-1582), Maria dell'Incarnazione (1599-1672), Luisa du Néant (1639-1694) e Madame Guyon (1648-1717). Le ho scelte per i loro scritti, o per quello che il loro confessore ha trasmesso del loro pensiero».

Tra oscurità e luce, nell'ipogeo del Purgatorio ad Arco, un rapporto sul doppio, sulla contrapposizione, anche tra spiritualità e carnalità, tra religione e passione, che inclina verso la materialità del corpo: come ha rappresentato tutto questo?
«Sono otto serigrafie a carboncino, disegni autoportanti di grande formato a grandezza naturale che raffigurano le mistiche. Le opere sono collocate su una superficie d'acqua che riflette i disegni insieme allo spazio circostante. Otto figure di donne tra le più grandi del Cristianesimo sono ritratte nel momento intimo dell'estasi. Affascinato dalla doppia natura delle sante, terrena e spirituale, ho immaginato il loro ritratto cercando di rappresentare l'irrappresentabile, la carne che aspira a disincarnarsi».

Napoli secondo Ernest Pignon-Ernest: quali ricordi, quali cambiamenti?
«Trovo che qui a Napoli la gente ha ancora una forte coscienza della sua eredità storica e culturale, e sociale, del suo patrimonio, anche se ho notato qualche segno di quella che io chiamo l'amnesia delle proprie radici, del proprio comportamento, della propria coscienza. Mi sembra di avvertire un disagio: molti non sanno dove andare, né da dove vengono».
Venerdì 1 Marzo 2019, 15:39 - Ultimo aggiornamento: 2 Marzo, 17:41
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