«Papà Sergio Bruni e il miracolo dopo l'incontro con Padre Pio»

Venerdì 18 Giugno 2021 di Maria Chiara Aulisio
«Papà Sergio Bruni e il miracolo dopo l'incontro con Padre Pio»

«Ai miei allievi dico sempre che per imparare il canto bisogna studiare Sergio Bruni». Parola di Riccardo Muti che della voce di Napoli è stato appassionato estimatore. Bruna Chianese a papà Guglielmo - in arte Sergio Bruni - ha dedicato anche un libro per raccontare la sua storia. Una bella storia che comincia, e finisce, nel segno del grande amore per la musica e la famiglia.

Il primo ricordo che le torna in mente.
«Il giorno in cui mi sono sposata».


Perché?
«Quando ci penso ancora rido».


Racconti.
«Premessa: mio padre - ma è un vizio degli artisti - era assai vanitoso. Gli piaceva essere ammirato ovunque andasse».


Quindi?
«Eravamo in auto, stavamo raggiungendo la chiesa dove mi sarei sposata. Lungo tutto il percorso non fece altro che domandarmi se stava bene, se i capelli erano in ordine, l'abito ben stirato e le scarpe lucide».


Non voleva sfigurare.
«Provai invano a spiegargli che la sposa ero io, non lui. Non ci fu niente da fare, continuò a pensare al suo vestito, gli interessava certamente più del mio».

Era fatto così.
«Uomo straordinario. Tenace e determinato. Veniva da una famiglia poverissima. Fu costretto a lasciare gli studi a metà della terza elementare perché non poteva comprare i libri e perse anche una scarpa dell'unico vecchio paio che possedeva».


Niente scuola, dunque.
«I professori gli dissero che senza scarpe in aula non lo avrebbero fatto entrare. E soldi, per comprarne di nuove, sua madre non ne aveva».

E il padre?
«Abbandonò la famiglia molto presto e nessuno lo vide mai più. Fu la nonna a portare avanti la baracca: una quantità di figli e lavori umili e saltuari. Se mio padre ce l'ha fatta è stato solo merito suo».


Aveva il talento giusto.
«Ricordo che divideva gli artisti in due categorie: quelli che studiavano e s'impegnavano per migliorarsi e quelli che invece usavano il talento, appunto, per scopi commerciali».


Lui rientrava nella prima categoria.
«Gli altri, diceva, erano solo guitti».


Bravi come lui non era facile trovarne.
«È vero. Mio padre ha ricevuto alla nascita il dono di una voce straordinaria. Ma se si ascoltano le sue interpretazioni, a mano a mano che il tempo passava, il miglioramento era costante. La verità è che ha studiato bene».

Con grandi risultati.
«A più di settant'anni la sua tecnica, consolidata e sicura, gli permetteva di cantare come se ne avesse avuti 50. Quando intonava Carmela, un capolavoro, il pubblico si incantava ancora».


A proposito di canzoni...
«Da bambina ho amato molto Graziella, adesso mi piacciono tutte».

Mica poche.
«Ha inciso più di mille brani. Un vero record».


Successi che avranno certamente fatto invidia ai cantanti dell'epoca.
«Inevitabile un po' di rivalità tra colleghi, ma poca. Con Roberto Murolo, ad esempio, erano davvero amici. Veniva spesso a cena da noi e alla fine si esibivano insieme. C'era anche Eduardo».


A cena da voi?
«Quasi sempre. Mio padre era un festaiolo. Intorno a quel tavolo, nel cantinone della nostra villa al corso Vittorio Emanuele, hanno mangiato, brindato, recitato e cantato, i migliori artisti napoletani».


Tra i quali De Filippo.
«Veniva dopo lo spettacolo: Sergetiè - gli diceva - aspettatemi. Ma Maria m'adda fa o' rraù».


Maria era sua madre?
«Cuoca sopraffina. Eduardo era innamorato della sua cucina, ma lo era anche Giuffrè, altro ospite fisso insieme con Arbore».


Bruni, Giuffrè e Arbore. Trio straordinario.
«Renzo ha sempre amato la canzone napoletana, che mio padre ha contribuito a fargli apprezzare di più. Quando lui, foggiano di Napoli, gli scrisse per fargli i complimenti, papà gli rispose così: Caro Renzo, la vera amicizia è come un fuoco che non si spegne mai e la nostra questo è: un fuoco ardente».


Sentimentale.
«Aveva un cuore grande. E anche una grande fede. Vi racconto un altro episodio. Una volta organizzò un pellegrinaggio da Padre Pio. Partecipò anche una sua amica che, per una serie di circostanze, era finita in mano agli usurai. Tornata a casa con la benedizione di Padre Pio, l'amica giocò un terno al lotto e vinse esattamente la cifra che lo strozzino le aveva dato in prestito».


Ovviamente si gridò al miracolo.
«Certo. E però mancavano i soldi per pagare gli interessi dell'usura».

Quindi?
«Papà andò personalmente dal cravattaro e lo invitò ad accontentarsi di quella somma senza pretendere di più».


Lo convinse?
«Gli spiegò che era stato Padre Pio a decidere così. Lasciandogli intendere che un eventuale rifiuto si sarebbe potuto rivelare molto pericoloso. L'usuraio lo prese sul serio, e temendo le ire del santo intascò quei soldi e sparì».

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Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 09:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA