La Stalingrado da salotto
e la querelle su Caravaggio

di Riccardo Lattuada

La discussione sul possibile spostamento per tre mesi delle «Sette Opere di Misericordia» di Caravaggio dalla Cappella del Pio Monte alle sale del Museo di Capodimonte - sei o sette chilometri, metro più metro meno - sta sfociando in una di quelle tipiche Stalingrado da salotto in cui eccelle la parte più ciarliera e rissosa della cosiddetta intellighenzia napoletana. Sgombriamo dunque il campo da alcuni dubbi che, in una questione a prima vista segnata da un’alta dialettica morale, politica e conservativa, potrebbero apparire legittimi ad un pubblico non specializzato su argomenti del genere.

Con gli attuali mezzi di movimentazione, e con le cautele attuabili per il viaggetto di una così illustre reliquia, non si corre alcun rischio per la sua conservazione. A chi ha espresso tremori e stizza per un’operazione che considera tanto arrischiata, va ricordato che se il «Banchetto di Erode» di Pieter Paul Rubens può viaggiare dalla National Gallery of Edinburgo a Palazzo Zevallos, dov’è ora in mostra, non si vede perché il dipinto di Caravaggio non possa andare da un quartiere all’altro della città, previo il consenso dell’ente prestatore, se le motivazioni culturali del progetto legittimano l’operazione.

Non è vero che la delibera dei Governatori del Pio Monte, emanata il 27 agosto del 1613, stabilisce l’inamovibilità del dipinto: come ha precisato il Soprintendente del Pio Monte, Alessandro Pasca di Magliano, l’Istituto decretò che esso «per nissuno prezzo si possa mai vendere», non che non si possa spostare per brevi periodi (nel caso in specie, tre mesi).

Ed ancora: in questo piccolo Vietnam da circolo del bridge (con tutto il rispetto) brilla l’indignazione delle sezioni locali di note associazioni di tutela del patrimonio: anni di silenzi sulle centinaia di opere ancora in deposito dopo il sisma del 1980 e mai restituite a monumenti ancora esistenti; anni di silenzi su luoghi canonici del Barocco come la Chiesa dei Santissimi Apostoli, in cui il soffitto della navata, opera estrema di Giovanni Lanfranco, è da tempo coperto da una rete che serve a garantire l’incolumità di chi sta sotto ma non a restaurare il ciclo pittorico; l’elenco di queste oscenità potrebbe riempire varie pagine di un giornale. E ancora: anni in cui mai si sia sollevato un gemito, un lamento, una parola netta sul vero disastro della situazione napoletana, quello del patrimonio della sua provincia martoriata e distrutta, ma invisibile dai sofà dei salotti chic di Napoli. Stesso silenzio assordante, peraltro, sul fatto che il Caravaggio del Pio Monte, non più tardi di un quindicennio fa, ha tranquillamente attraversato la Città per restare per tre mesi proprio a Capodimonte. Ma all’epoca lassù c’era qualcun altro e si sa, in questo nostro presente continuo la memoria è un accessorio demodé, e chi la usa è antipatico.

Al momento sembra che il Mibact si sia persino opposto a un temporaneo spostamento dell’opera per nuove indagini diagnostiche, per le quali si era reso disponibile il Laboratorio di chimica AXES dell’Università di Anversa diretto dal Prof. Koen Janssen. Siamo all’oscurantismo: pur di non muovere il feticcio dal suo loculo si giunge ad impedire persino il progresso delle conoscenze scientifiche sui suoi caratteri fisici e sulla sua genesi creativa.

Dato che in questa fase della vita italiana è al potere la cultura del no, non sorprende che proprio dal Mibact sia giunta la più cospicua quantità di veti su ogni sorta di proposta di interventi, di qualunque natura fossero, su ogni lembo del territorio nazionale. Incluso lo spostamento delle «Sette Opere di Misericordia», contro il parere della Soprintendenza di Napoli e di ogni tecnico competente. Povera Napoli; povera Patria.
 
Mercoledì 6 Marzo 2019, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 06-03-2019 16:05
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