Terremoto in Irpinia: oggi come allora un viaggio lungo quarant'anni

Giovedì 10 Settembre 2020 di Aldo Balestra
Non si tratta, con gli occhi di oggi, di ricordare il terremoto a chi l'ha vissuto, tanto il ricordo del dolore è ancora dolore. E nemmeno di spiegarlo in maniera nozionistica a chi, quarant'anni fa, manco era nato. Piuttosto, viaggiare a tappe dentro la grande tragedia del sisma del 1980 serve ad analizzare quell'ulteriore spartiacque che si è determinato tra Nord e una parte del Sud del Paese, con tutte le conseguenze che sono derivate. E poi, con le innegabili e debite differenze di proporzione, dal 1980 in poi l'Italia bella e impossibile, ballerina e baciata dal sole, ha conosciuto altre manifestazioni della potenza della natura, per terra e per mare, dall'alto dei cieli e dalle viscere del sottosuolo. Altre vittime, altri danni, altre offese al patrimonio storico che il mondo ci invidia, altra difficoltà a porre in essere ricostruzioni oltre il tamponamento dell'emergenza immediata e, soprattutto, ad interpretare finalmente bene l'abusato (perché non definito nella giusta accezione) concetto di «prevenzione»,

Da oggi, dunque, il Mattino compie lo sforzo di una rinnovata narrazione, quarant'anni dopo, di ciò che è stato il disastroso sisma del 23 novembre del 1980 in Campania e Basilicata: un bilancio spaventoso in tempi che non siano bellici, quasi 3mila morti e 9mila feriti, 280mila sfollati. Una geografia urbanistica sconvolta, con la scomparsa di comuni o la loro ricostruzione quasi da zero, un impatto devastante su economia di famiglie e territori, il lavoro e l'occupazione da creare e far durare, l'assetto complessivo e il graduale spopolamento demografico che sono fenomeni attuali e dispiegano inquietanti effetti per chissà quante generazioni.

Il Mattino - così come all'epoca segnò da protagonista il tratto identitario del racconto giornalistico della tragedia, con un sforzo senza eguali e intuizioni sul campo della gravità dell'evento (portandola agli occhi di chi del Sud e delle sue rocche appenniniche poco sapeva e già poco s'importava) - avvia oggi un ulteriore viaggio di approfondimento su quanto il terremoto ha comportato e ancora determina. Conseguenze emotive, ormai, soltanto in parte; per il resto, pensieri senza retorica e scelte da valutare con doverosa razionalità, errori ed intuizioni, strategie strampalate e gigantismi pacchiani, numeri e miliardi spesi bene, spesi male e rubati senza pudore, strade completate e non, fabbriche in sfacelo o orgogliosamente in funzione, ma nel 2020 ancora senza la banda larga. Insomma, il racconto e le prospettive di un vasto territorio che, annichilito dalla scossa, s'è poi complessivamente misurato con il titanico sforzo di rialzarsi.

Un percorso con pagine dedicate all'analisi dei fenomeni e la valutazione degli esperti, il racconto di territori e il ricordo di protagonisti, le testimonianze affidate a giornalisti del Mattino e scrittori, le perfette foto digitali di oggi e quelle in bianco-nero di ieri, ripescate dagli archivi. Quaranta anni è tempo lungo, lunghissimo, in un Paese che nel frattempo ha affrontato assai meglio le emergenze degli altri successivi terremoti lungo la friabile dorsale appenninica, avendo imparato la lezione del Friuli e soprattutto dell'Irpinia, epperò non riesce a dare risorse, continuità e prospettiva al «dopo» (i sismi di L'Aquila, Amatrice ed Ischia, così vicini nel tempo, stanno impietosamente lì a testimoniarlo). Con un pensiero che rimane purtroppo corto e non ha la necessaria visione che dovrebbe, invece, svilupparsi utilizzando memoria ed esperienza.

Un ultimo aspetto. Lo sforzo del Mattino, al di là della rilevanza di una data tonda e simbolica come il quarantennale, si carica di una straordinaria attualità allargando lo sguardo alla ripresa dopo l'emergenza Covid e all'esigenza di un discorso unitario di crescita del Paese, che si sostanzi di necessaria attenzione per chi parte da situazioni di oggettivo svantaggio.

Dopo aver affrontato con le misure più drastiche possibili la violenza della fase più acuta della pandemia, l'Italia - tra i Paesi colpiti per primi - si sta misurando sullo scenario concreto di un ritorno massiccio della stessa. Anche ora, come nell'80, si tratta ad esempio di riaprire scuole chiuse da mesi. Nel frattempo, al complicato sforzo solidale dell'Europa con cospicua destinazione di fondi all'Italia, è seguita la solenne promessa del nostro governo di indirizzarne un'importante quota al rilancio e allo sviluppo del Sud altrimenti destinato a svuotarsi sempre più, finalmente assumendo (ma davvero era ancora da assumere?) la convinzione che il Paese si salva solo se è uno e con il ruolo da protagonista del Mezzogiorno traino dell'area mediterranea.

Mentre proviamo ad analizzare le conseguenze di ciò che è avvenuto «dopo» il sisma dell'80, occorre acquisire la consapevolezza che gli effetti di Recovery Fund e altri strumenti dedicati saranno evidenti nel Sud, stavolta, molto più rapidamente. Insomma, non dovremo arrivare ai prossimi quarant'anni per capire se, cosa, quanto e con quale caratura la politica riuscirà a realizzare a favore del Mezzogiorno, saldandolo finalmente all'Europa attraverso il già saturo Nord. Il futuro è già qui, dietro l'angolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA