Zavoli, Il Mattino e la scintilla per Napoli mai scattata

Giovedì 6 Agosto 2020 di Pietro Gargano

Sergio Zavoli restò in via Chiatamone poco più di un anno, dal primo agosto del 1993 al 15 settembre del 1994. Fu un'avventura solitaria, finita male, eppure il maestro romagnolo pareva il direttore ideale per incantare i lettori napoletani. Aveva una scrittura seduttiva, tentava di capire da decenni questa bislacca città, ragionava da intellettuale ma utilizzando la cronaca nuda. «Come sempre, lasciamo parlare i fatti» era una sua frase ricorrente.
Quei tredici mesi furono tuttavia sufficienti per rivendicare con fierezza La trasparenza del Mattino, come intitolò una raccolta dei suoi articoli edita da Pironti, con il simbolo del gallo in copertina. Spiegò: «Questo libro nasce dall'esigenza di lasciare un segno senza il quale può accadere che talune realtà prendano un volto un senso diverso dal proprio, com'è nel destino di tante, anche piccole, cose umane».

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Quando Zavoli arrivò, ne fummo felici, veterani e ragazzi. Per tutti era un immenso giornalista, l'inventore di un diverso modo di raccontare il mondo che cambiava, in televisione e sulla carta stampata. Il giornale calava, negli ultimi tre mesi aveva perso il 10 per cento delle copie vendute, e lui era l'uomo ideale per la rimonta. Aveva la personalità, il peso e l'esperienza - un ragazzo di settant'anni - per rilanciare la tiratura e restaurare le crepe aperte nella gestione tra i baresi dell'Edime e l'Affidavit, la finanziaria della Democrazia Cristiana, che sembrava orientata al ritiro.
 

 

Perché non funzionò? Perché l'esperienza fu tanto breve? Difficile dirlo. Ho sempre avuto la sensazione che, pur essendone affascinato, Zavoli avesse paura di sporcarsi le mani a Napoli. Reazione curiosa, se raffrontata ai suoi tentativi di decifrare la comunità raccolta sotto il vulcano, In un documentario televisivo del 1958, «Le voci di Napoli», aveva rilevato che «il napoletano si sente in dovere di fare il pittoresco quando si trova fuori Napoli per il semplice fatto che il pittoresco è la sua estrema salvezza, l'ultima maniera di piacere. Lo vogliono pittoresco e lui si adatta a questa commedia per salvaguardare i propri interessi». Aveva aggiunto: «La vera moralità di Napoli non accetta né il buono, né il cattivo che di essa si dice ma si riconosce solo nella poetica fragilità e incostanza del suo proprio giudizio». L'intellettuale tentava di dipanare i fatti.

Chi sa che cosa gli avevano raccontato, e chi. Il periodo era scabroso, di sicuro, e il malaffare detto Tangentopoli lasciava tracce marce. Furono forse queste le ombre che spinsero Zavoli a limitare la propria esperienza partenopea ai trecento metri tra la redazione e l'albergo Excelsior, dove affrontava i pensieri notturni in una suite. Arrivava al giornale di mattina presto, dopo la riunione rientrava in albergo, tornava per la riunione pomeridiana e subito dopo ripartiva per la villa di Monte Porzio Catone, alle porte di Roma. Giorni tutti uguali.
Da uno come lui, fluviale e colto, ti saresti aspettato una fitta serie di articoli di fondo su Napoli e i suoi infiniti problemi. Invece li centellinò. Parlò al Paese intero, affrontò da par suo la notte del giornalismo. Dei tanti editoriali, pochi riguardavano direttamente la città, pur ricorrendo ogni tanto a titoli in dialetto, come «Nu Ddio e scrittore» dedicato a Mimì Rea e «'A nuttata». Tentava ostinatamente di interpretare i dettagli del tempo corrente, s'inventò la rubrica «Per saperne di più», quasi quotidiana, Nell'auto sotto scorta aveva fatto montare una stampante, perciò seguiva il giornale in divenire durante il viaggio. Interveniva con puntualità, raramente con pignoleria.

I malumori crebbero. Infine il comitato di redazione convocò l'assemblea e si presentò con una «valutazione negativa» della situazione. Con cruda analisi, la responsabilità veniva attribuita «all'organigramma e al modo in cui il giornale era stato confezionato». Il documento metteva alla sbarra anche la proprietà. Denunciava che la promessa redazione di Milano non era stata aperta; che la teletrasmissione era slittata a data incerta. Tornava a puntare il dito contro Zavoli, tuttavia: l'impronta meridionalistica non c'era stata, erano mancate prestigiose collaborazioni esterne. Il restyling aveva tradito i canoni che la riforma grafica imponeva. Le vendite, nelle prime tre settimane di agosto, erano scese del 9 per cento, In città il giornale «era precipitato in un trend negativo mai registrato».

Il processo, impietoso, doveva essere concluso da un voto di sfiducia che non ci fu, perché Sergio Zavoli, rinunciando a due anni di contratto, inviò una breve, dignitosa lettera: «Ritengo di essere stato messo nella condizione morale, professionale e politica di dover rassegnare le dimissioni da direttore del Mattino». Rinunciò al fondo di congedo, affidò il saluto a una lettera al redattore capo Riccardo Cassero, senza asprezza, con una orgogliosa rivendicazione del lavoro svolto.

Prima ancora che Graldi fosse chiamato alla successione la redazione volle offrire un pranzo a Zavoli, nella cornice ardente di Bacoli. Se ci fu imbarazzo, fu lui stesso a scioglierlo nel brindisi finale, in cui ci assegnava in eredità battute goliardiche. Voglio ricordarlo così, sorridente e col calice levato. Ciao, diretto'.

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