Antonio Ferrara, come "digerire" la paura del terrorismo islamista con la pancia di un ragazzo

Lo scrittore e illustratore Antonio Ferrara alla International Chidren'Book Fair di Bologna 2016
di Donatella Trotta

Antonio Ferrara, per gli amici Nino, è un autore complesso. Che però ha fatto della semplicità il suo stile di vita. Forse perché ha scelto di scrivere (ma anche di illustrare: le immagini, in lui, son venute prima delle parole) per bambini e ragazzi. Notoriamente, i lettori/interlocutori più difficili, esigenti, critici: perché proprio non puoi ingannarli. Non si accontentano della noia di frasi fatte. Fiutano l’autenticità/falsità delle persone. E soppesano la verità delle narrazioni. 
 
Questione di istinto, o di intelligenza emotiva. Che in Nino Ferrara abbondano, affinati probabilmente anche dalla sua storia personale, tutt'altro che lineare: napoletano nato a Portici, vissuto fino a sei anni ad Ercolano, e dai sei ai venti a Soccavo, prima di trasferirsi a Novara - dove vive con moglie, figlia e due gatti - ha fatto mille mestieri dopo la Maturità artistica, gli studi di architettura, un primo impegno professionale come grafico, e vari lavori in società pubbliche e private e, per sette anni, come educatore di comunità in una casa alloggio per minori: esperienza determinante per il precisarsi della sua vocazione e per il suo approfondimento della psicologia dell'età evolutiva. 
 
«L’adolescenza - ti dice sornione Ferrara parafrasando Marcel Proust - è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa, forse perché è l’unica stagione della vita dove accade qualcosa di interessante e di originale. È il periodo delle emozioni più intense e delle esperienze più vere. Per questo il settore dei libri per bambini e ragazzi continua ad essere trainante, con la varietà e la qualità delle sperimentazioni proposte, che per gli autori costituiscono ogni volta una sfida affascinante, oltre che un esercizio di empatia senza pari».
 
E di sfide, Nino Ferrara - classe 1957, due volte premio Andersen, l’Oscar della letteratura di juvenilia - ne ha accettate e vinte non poche. Non a caso ha all’attivo, in poco più di vent'anni, oltre 40 titoli, con una produzione editoriale poliedrica e incessante come le esperienze di vita dell’autore, impegnato anche in giro per l’Italia in molteplici incontri dal vivo in scuole, librerie, biblioteche, associazioni culturali, case circondariali dove tiene laboratori di illustrazione e scrittura creativa per bambini, ragazzi e  adulti: forse i più bisognosi, oggi, di andare “a scuola di sentimenti” per evitare le derive del disagio di civiltà e accompagnare (e guidare) nel cammino della crescita i più piccoli. I quali - si sa - più che di maestri hanno necessità di testimoni...
 
«Proprio così - conferma Ferrara - Penso che ciò che manchi oggi sia una narrazione autentica della complessa realtà del mondo, intessuto di sentimenti, emozioni, linguaggi che vanno mediati per essere compresi. Un proverbio Navajo ammonisce: attento a come usi le parole, con le parole costruisci un mondo. Ecco perché i ragazzi si buttano nel fuoco quando capiscono di avere davanti a sé un adulto autentico, in sintonia, in grado di far capire loro che la scrittura, come la lettura, può essere un mezzo potente di espressione del proprio vissuto, uno strumento prezioso per nominare e condividere la propria emotività, un’estensione dei sentimenti che si provano, talvolta confusamente. Un buon libro può aiutare a ritrovarsi. Sono convinto – aggiunge l’autore - che la scrittura e la lettura costituiscano un dirompente e proficuo mezzo per fare educazione sentimentale, prevenzione del disagio. Un modo speciale insomma per imparare a nominare e condividere le proprie emozioni».
 
Di qui l’approccio «socio-poetico» di Nino Ferrara alla realtà che racconta: talvolta trasfigurandola, più spesso rappresentandola anche nei suoi aspetti più crudeli e dolorosi (come la guerra, la morte, le privazioni, la devianza, il disagio psichico e sociale: basti solo pensare al suo best seller Ero cattivo), ma sempre con una cifra di leggerezza e di ironia aperte alla posititivà: «Più che il lieto fine, con le parole provo a organizzare proprio la speranza», ti spiega ancoraFerrara. Ne sono esempio concreto gli ultimi lavori che ha portato alla Fiera internazionale del Libro per ragazzi a Bologna, un vero e proprio en plein di significativi titoli freschi di stampa: Garrincha. L’angelo dalle gambe storte (Uovonero), fumetto per ragazzi e non solo che racconta la storia vera di uno dei più grandi calciatori del mondo, Manoel Francisco dos Santos, sorprendente atleta poliomielitico, in arte Garrincha (dal nome di un passerotto brasiliano); Il fiume è un campo di pallone (Bacchilega Junior), racconto scritto e illustrato con suggestive tavole da Nino Ferrara e ambientato in un’Africa dove i sogni di un adolescente di Dakar non sono dissimili da quelli dei suoi coetanei in realtà più privilegiate; e ancora, l’intenso racconto Ho visto il mare, sulla problematica dei minori non accompagnati, pubblicato da Ferrara nella bella raccolta La prima volta che , dodici "short stories" affidate dall’editrice Il Castoro ad altrettanti autori, autrici e fumettisti tra i più amati dai ragazzi, per costruire una sorta di catalogo di emozioni, ilnguaggi e stili differenti.
 
E, infine, un libro di particolare attualità. Che vale la pena di approfondire: è l’ultimo romanzo di Ferrara,  Mangiare la paura (Piemme-Il Battello a Vapore, in una edizione rilegata molto curata): storia di un 13enne kamikaze, Irfan, originario di un paese a 30 km da Islamabad, cresciuto a causa della miseria della sua famiglia in una madrassa, ossia una scuola coranica pakistana, ma dagli intenti tutt’altro che pii e religiosi. Orfano di padre a 10 anni, Irfan viene portato lì dalla madre - ignara dei metodi coercitivi del qari (maestro) Jabbar nel suo “allevamento” di piccoli futuri "martiri” - al solo scopo di dare un’istruzione e pasti caldi regolari all’amato figlio. Il quale, in un crescendo di colpi di scena - scanditi dall’autore in una quotidianità claustrofobica e oppressiva, che registra in modo asciutto e antiretorico l’involuzione dei tanti volti dell’Islam – prende infine la sua decisione al bivio di una scelta drammatica che segnerà per sempre il suo destino.
 
Il libro è un coraggioso modo di raccontare ai più giovani il terrorismo islamico “dal di dentro”, con occhi di ragazzo che si pone domande innocenti ed elabora riflessioni semplici, del tipo: «E allora pensai che non poteva essere un libro di odio, il Corano, e che l’odio ce lo metteva dentro chi lo leggeva con l’odio dentro il cuore». Ma sembra, anche, un modo per “smontare” nei lettori più piccoli la percezione ansiogena di una paura globale amplificata da quel “nemico invisibile” ma nefasto che è il Daesh, con il suo fondamentalismo mortifero. «In realtà – spiega Ferrara – l’idea di questo libro è stata concepita anni prima di questo fenomeno e, dopo essere stata a lungo rifiutata, è ora diventata tragicamente di moda e perfino contesa: il romanzo infatti non è nato per parlare dell’Isis, che ancora non era esploso, quanto di ciò che era successo in un Paese islamico come il Pakistan, con l’assassinio della premier donna Benazir Bhutto. Mi aveva molto colpito che una leader riformista dell’Islam “moderato”, commettendo l’errore di fidarsi dei talebani, tollerando gli intolleranti abbia così involontariamente consentito l’arretramento del Paese in un fanatismo che ha nuovamente capovolto una luminosa scommessa di libertà. Di qui il desiderio di capire, e raccontare, un mondo estremamente complesso, per il quale mi son dovuto documentare molto anche grazie ai preziosi consigli di un’amica arabista di Eboli, Maria Luisa Albano, che insegna a Enna e all'Orientale di Napoli».
 
Con quali obiettivi? «Innanzitutto, diradare la nebbia di luoghi comuni che avvolge l’Islam nel nostro immaginario, per il quale ogni musulmano equivale ormai a un terrorista. Dimenticando, con questa equazione, che circa il 90% delle vittime del terrorismo islamista è composto da musulmani pacifici. L’Islam è una realtà complessa e variegata, che va conosciuta perché generalizzarla in modo semplicistico è dannoso. Per questo ho pensato che, partendo dall’io narrante di un adolescente arabo, con una storia di formazione attraversata costantemente da metafore - come quella del mangiare evocata dal titolo, che allude a una paura introiettata come il cibo - potessi parlare alla pancia e al cuore di lettori adolescenti per farli poi ragionare, attraverso le emozioni, su un problema cruciale della contemporaneità. Irfan, prescelto per diventare kamikaze, pensa con la propria testa, si interroga sull’indottrinamento al quale è sottoposto. Ecco, il mio sogno è che anche i nostri ragazzi, in circostanze meno drammatiche, riescano a farlo, per non arrivare a tollerare l’intollerabile. In nessun campo».
 
È la magia della scrittura: «Non a caso – conclude sorridendo Nino Ferrara – non tutti sanno che la parola abracadabra, nota come formuletta magica della mistica antica, in realtà è un vocabolo di origine aramaico-ebraica, che tradotta significa “Io creerò come parlo”, ovvero mentre parlo, creo». Un bel messaggio per i ragazzi, e non solo.
 
 
 
Venerdì 3 Giugno 2016, 13:28 - Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 15:41
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