La rivoluzione possibile dei "beni comuni" raccontata da Dardot e Laval

Venerdì 12 Giugno 2015
«Vietato pensare al futuro. Viviamo questo strano momento, disperante e inquietante, in cui niente sembra possibile»: con questa provocazione iniziale il filosofo Pierre Dardot e il sociologo Christian Laval, autorevoli intellettuali francesi tradotti in dieci lingue, introducono il loro nuovo volume «Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo», ora curato nell’edizione italiana da Antonello Ciervo, Lorenzo Coccoli e Federico Zappino e appena pubblicato da DeriveApprodi di Roma con una prefazione del giurista Stefano Rodotà (pagine 544, euro 25,50).



Un incipit che potrebbe suonare disfattista, se non nichilista, ma che è invece preludio ad una serrata e lucida analisi di un nodo della riflessione contemporanea ai tempi della crisi, oltre che snodo di una possibile rivoluzione/cambiamento dello status quo: ovvero, l’orizzonte (giuridico, economico, sociale, culturale e politico) dei beni comuni. Concetto che va «oltre» quello di proprietà privata o pubblica, «oltre» il mercato e lo Stato, «oltre» insomma la logica binaria che ha caratterizzato negli ultimi due secoli il pensiero occidentale, scavalcando dunque «le categorie costruttive della modernità», come ben sottolinea nella sua prefazione Rodotà riprendendo in sintesi alcuni ragionamenti già sviluppati dallo studioso nei suoi ultimi saggi, da «Il diritto di avere diritti» (Laterza 2012) attraverso «La rivoluzione della dignità» (La Scuola di Pitagora 2013) fino a «Solidarietà. Un’utopia necessaria» (Laterza 2014), quando sottolinea che in questa precisa fase storica, «che ha visto il ritorno della proprietà come misura di tutte le cose, nella forma estrema della sua dematerializzazione, della sua astratta inafferrabilità come capitale finanziario», i «beni comuni» adombrano una «diversa forma di razionalità», capace non soltanto di «incarnare i cambiamenti profondi che stiamo vivendo» nella dimensione della cittadinanza attiva, bensì di profilare persino «l’unica via possibile per una trasformazione rivoluzionaria» del mondo attuale.



Ma che cos’è, di fatto, il «comune»? Risorse naturali, luoghi e servizi pubblici. Ma anche conoscenze e relazioni. In altri termini, i beni «primari» e «necessari», come - per fare un solo esempio al centro di tante battaglie, anche a Napoli - l’acqua, di cui è stato paladino, in prima linea nella campagna referendaria del 2011 contro la sua privatizzazione, il missionario comboniano Alex Zanotelli. Non a caso, molti autori si sono cimentati in questi ultimi anni con i «beni comuni», categoria che profila una nuova relazione tra istituzioni, diritti, persone e mondo dei beni, non più necessariamente mediata dall’intervento pubblico o da quello del mercato: basti solo pensare, per fare un altro esempio «made in Naples», all’impegno teorico e pratico di Alberto Lucarelli, ex assessore comunale ai Beni comuni e autore del libro «La democrazia dei beni comuni» (Laterza 2013) che spiega appunto le trasformazioni di questo processo non soltanto sociale di partecipazione dal basso.



Oppure, basti pensare ai movimenti di lotta, in Turchia, per la difesa di Gezi Park o, ancora, all’esperienza romana dell’occupazione del Teatro Valle: scenari che delineano nuove soggettività socio-politiche, intrecciando diritti, bisogni e desideri in forme sinora inedite di auto-organizzazione. Un po’ come è avvenuto, di recente, al chiostro di Santa Fede (in via San Giovanni Maggiore Pignatelli 5), ex Conservatorio o reclusorio di donne e spazio attualmente autogestito su iniziativa del collettivo di cittadini che lo scorso dicembre se ne riappropriato ri-aprendolo al pubblico dopo anni di inutilizzo e abbandono; o, ancora, come è accaduto tre anni fa nell’ex Asilo Filangieri, già sede del Forum delle Culture nel centro antico di Napoli e, a seguito di un’azione conflittuale, occupato da un collettivo, La Balena, divenuto «L’Asilo», comunità «plurale e mutevole di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, dell’arte e della cultura» che sta sperimentando l’uso indipendente e comune di uno spazio pubblico, attraverso «una pratica di gestione condivisa e partecipata» in continuo divenire.



Ed è proprio l’ex Asilo Filangieri (via Giuseppe Maffei 4, traversa di via San Gregorio Armeno) a ospitare, oggi alle 16.30, una tavola rotonda per la prima presentazione a Napoli del volume «Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo», alla presenza di uno dei due autori, il filosofo Pierre Dardot: autore di saggi su Marx, Hegel e il capitalismo globale, oltre che co-autore con Christian Laval anche di un precedente fortunato saggio, «La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista» (DeriveApprodi 2013), libro di teoria, economia e narrazione storica che ricostruisce la genealogia del neoliberismo (che si è imposto come vera e propria «ragione del mondo») dalle teorie economiche alle pratiche di governo. Con Dardot, ad animare il dibattito, alla presenza del sindaco Luigi De Magistris, Ilenia Caleo della Fondazione Teatro Valle Bene Comune; Antonello Cierco, Lorenzo Coccoli e Federico Zappino, curatori dell’edizione italiana del libro; la giuslavorista Chiara Colasurdo (L’Asilo); Adriano Cozzolino dell’università L’Orientale; Eleonora de Majo di Mezzocannone Occupato; Daniela Festa di Ehess, Università di Perugia; Fabrizio Greco di Attac Napoli; Francesco Festa di Euronomade; Maria Rosaria Marella dell'università di Perugia; Sergio Marotta dell’università Suor Orsola Benincasa; Giuseppe Micciarelli dell’università di Salerno ed Esc Atelier Autogestito di Roma.



Una modalità di discussione aperta e partecipata. Nello stile di ciò che Franco Cassano definisce «la ragionevole follia dei beni comuni», che a Napoli vedrà i protagonisti del confronto, fra teoria e prassi, interpellati dalle riflessioni di un testo che con rigore scientifico e piglio divulgativo ripercorre meticolosamente le lotte e il senso delle sperimentazioni politiche e giuridiche sorte intorno alla rivendicazione dei «beni comuni», mettendo in evidenza le nuove forme di organizzazione del comune. Anche con i risvolti economici della gestione delle risorse. Con un’attenzione particolare alla genesi di nuove istituzioni. Come nell’immagine di copertina del libro, opera di Gregorio Pampinella (nella foto, dal Museo dell’Altro e dell’Altrove), «L’espace est à nous», che con un semplice cambio di consonante (da ”v“ a ”n“, ossia da «voi» a «noi») declina l’esigenza di riappropriazione di spazi di vita, di utopia ed "eutopia". Sempre viva. In linea peraltro con quanto ha affermato l'altro giorno lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «La cultura è anche un antidoto contro la corruzione e l'egoismo incapace di riconoscere la cultura dei beni comuni. La corruzione è conseguenza dell'impoverimento della civiltà e delle relazioni»: Sergio Mattarella, sottolineando il legame inscindibile tra crescita culturale e crescita democratica.Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 20:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA