Diversamente "epiche": voci di donne tra passato e presente

di Donatella Trotta

Medea, Penelope, Elena, Antigone (sopra, in un’illustrazione di Octavia Monaco attenta indagatrice del femminino nell’arte) e le molte altre. Donne leggendarie, protagoniste archetipiche di miti ancora oggi fortemente evocativi ma anche figure femminili-simbolo, capaci di dialogare con il presente: dalla letteratura al cinema e anche oltre. Forse perché sono donne «diversamente epiche», per usare una felice definizione di Laura Fortini in una densa raccolta di saggi curata da Paola Bono e Bia Sarasini, dal titolo «Epiche. Altre imprese, altre narrazioni» (edizioni Iacobelli, pagg. 240, euro 14,90), che sarà presentata oggi a Napoli (ore 18, nella libreria Ubik in via Benedetto Croce: con le curatrici e alcune delle dieci autrici dialogheranno, tra gli altri, Ugo M. Olivieri e Mara De Chiara.



Il volume - ospitato nella bella collana Workshop di Iacobelli, editrice romana di progetto attenta a indagare temi del presente con una metodologia inter e pluridisciplinare di lavoro corale - raccoglie i contributi di dieci studiose “militanti” nell’orizzonte del pensiero della differenza di genere, accanto a un collettivo di giovani artiste impegnate in due «spazi trans-culturali e dis/educativi» di azione collettiva, dall’eloquente nome «les îles postexotiques ideaDestroyingMuros», a partire da una domanda sollevata qualche anno fa da Sarasini per il decimo seminario residenziale estivo della Società italiana delle letterate (Sil, 12-14 giugno 2009): esiste un’epica femminile? Quesito tutt’altro che pacifico, e non soltanto nell’ottica della critica femminista, comparatista e/o postcoloniale; non a caso, interrogativo poi articolato dalla rete di (ri)cercatrici in un complesso itinerario di indagine plurale, di cui il libro «Epiche» è testimonianza significativa, imperniata su alcune parole-chiave identificate come strumenti utili e funzionali per connotare e analizzare - nella prospettiva dell’alterità - un genere tanto antico quanto perennemente risorgente, vitale e metamorfico (come può dimostrare, fra il resto, l’acceso dibattito che suscitò il memorandum di Wu Ming sulla “New Italian Epic” più volte citato nel libro). E le parole sono: eroina, impresa, coraggio, mondo, spostamento.



La loro declinazione è bene esemplificata nella scrittura plurale e insieme comune delle autrici di «Epiche» (con le curatrici Bono e Sarasini, pure Lidia Curti, Laura Fortini, Mariella Gramaglia, Serena Guarracino, Monica Luongo, Sandra Petrignani, Bia Sarasini e Marina Vitale), responsabili in quest’occasione di un lavoro concreto “di rete” aperto a nuovi e ulteriori sviluppi. Un’impresa di ricerca che, oltre a rispecchiare un’ineludibile epistemologia della complessità, conferma così (ed è uno dei primi pregi del libro) anche l’esistenza di una «ragnatela di relazioni significative tra donne» - per parafrasare Adriana Chemello - intenzionata ad andare oltre gli stereotipi di qualunque segno, oltre che fedele a quella virtù della saggezza pratica, unita alla “sophia”, che i greci antichi definivano “phrònesis” e dunque capace di interpellare le coscienze dei lettori in un orizzonte che intreccia cultura alta e attualità, diacronia e sincronia, memoria e progetto.



Qualche esempio concreto. Se Laura Fortini indaga l’epos “differente” incarnato da alcune autrici del Novecento italiano (Elsa Morante, Fausta Cialente, Paola Masino, Goliarda Sapienza) e Sandra Petrignani, invece, l’«epica che non c’è» in autrici contemporanee di racconti di “perdite” e “della sconfitta” come Helen De Witt, Caterina Venturini e Kiran Desai, l’anglista Marina Vitale fa dialogare passato e presente sulle tracce di Elena di Troia riletta da H.D. (Hilda Doolittle), con un chiaro invito a «decolonizzare la mente» (ripreso da Anna Maria Crispino e dalla sua introduzione a un numero della bella rivista «Leggendaria») riconsiderando magari la ricchezza e la fecondità di «processi di ibridazione della cultura italiana, europea e più in generale occidentale».



Considerazione che allarga lo sguardo anche a civiltà altre, più “esotiche” o «estranee alla grammatica della Storia»: come fanno i due stimolanti saggi sulle eroine della letteratura e del cinema indiano firmati, nel libro, da Mariella Gramaglia e Serena Guarracino, che sul fronte del multiculturalismo introducono una categoria particolarmente attuale (e problematica): quella della diaspora. A farsene carico, dall’alto della sua collaudata esperienza di scritture di viaggio e postcoloniali, è un’altra anglista, Lidia Curti, nel suo ricco contributo «Dal fondo del tempo. Epiche di esilio e migrazione», filtrato dagli sguardi di pensatrici del calibro di Cavarero, Zambrano e Irigaray, che chiariscono l’assoluta, perturbante attualità di una “controepica” o “epica impropria” nello scenario contemporaneo di “spaesatezza” e “déracinement” (già preconizzato da Martin Heidegger, Simone Weil e Albert Camus, giusto per fare qualche nome) dove figure come Penelope diventano allora metafora non di passività, ma di resistenza (e lo può egregiamente dimostrare il recente coraggioso libro della scrittrice napoletana Antonella Del Giudice «Nostos», pubblicato da Ad Est dell’Equatore e incentrato proprio sulla rilettura dell’Odissea, ma forse anche un romanzo-saga “corale” di formazione come «La nave delle cicale operose» di Anna Santoro, edito da Robin, dove la protagonista Dora afferma, all’inizio: «nelle parole diamo forma al mondo»); e la tela di Penelope, per estensione del concetto, diventa così simbolo per Curti proprio «delle difficoltà della scrittura femminile, il tormento di ricominciare sempre daccapo, l’esperienza della scrittura come dolore legato al viaggio nel sé».



Non solo. Mentre Paola Bono propone una riscoperta interessante, l’opera di Alice Notley con la sua «poetica della disobbedienza» per una «catabasi contemporanea», e Bia Sarasini indaga l’opera di Doris Lessing (non a caso genericamente definita, nell’assegnazione del premio Nobel del 2007, «epica cantatrice dell’esperienza femminile») attraverso «l’ira, la guerra, la cura e la parabola» della sua “personaggia” Martha Quest, per Sarasini monito ad «aprire i confini, ridisegnare le mappe, incrociare le strade, le identità, i colori, le politiche, mettere insieme la forza dell’azione e la sapienza della cura» (magari sublimando quella «rabbia» come «pratica di attraversamento» messa in campo anche con slittamenti e dirompenti sconfinamenti linguistici transnazionali dal collettivo de «les îles postexotiques ideaDestroyingMuros»), ad affrontare invece l’”epica del quotidiano” è infine Monica Luongo, attenta alle consonanze tra “spostamenti” e “mutamenti” in ogni reale presa di coscienza, indagata nel percorso di scrittrici come Tyler, Brookner, Byatt e la napoletana Valeria Parrella.



Il libro non ha (né può avere, ovviamente) pretese di esaustività. In ottica comparativa, tanti esempi potrebbero infatti essere portati a sostegno di quest’incompiutezza, inevitabile, di orizzonti (basti solo pensare all’esperienza letteraria femminile in Giappone, o a quella islamica, per citare due casi paradigmatici). Ma la fecondità delle domande che ne intessono l’ordito, nell’ottica del “soggetto nomade” già praticata da Rosi Braidotti, rinvia a potenzialità preziose da continuare ad esplorare, per (ri)mettere al mondo il mondo: un po’ come è avvenuto di recente, proprio a partire da un’esperienza “epica” (e mitologica), nel quartiere Scampia di Napoli. Dove Serena Gaudino ha ripreso l’idea di emancipazione delle masse popolari praticata a metà anni Trenta da Simone Weil attraverso il racconto dei miti della letteratura greca e, narrando così tra il 2009 e il 2010 a 50 donne, una volta al mese, la storia di Antigone, le ha aiutate a prender coscienza di sé cambiandone la prospettiva esistenziale (e civile), raccontata qualche mese fa nell’intensa autobiografia collettiva «Antigone a Scampia» (edizioni Il Primo Amore 2014). Ulteriore segno di vitalità dell’epica. Al femminile
Lunedì 26 Gennaio 2015, 17:17
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