Palomba e quel virus letale chiamato uomo

Lunedì 29 Febbraio 2016 di Donatella Trotta
Ilaria Palomba con il suo romanzo
Lei è una creatura suo malgrado dannata e irrimediabilmente seducente, che porta il nome di un fiore screziato di viola, Iris: ma è un fiore maledetto, un fleur du mal ipersensibile e impregnato d’ombra autolesionista. Lui invece si chiama Angelo, ma la sua iniziale "purezza" progettuale di giovane capace, al principio animato di belle quanto illusorie speranze, decade progressivamente - come Lucifero - precipitando impercettibilmente nel vortice infernale del disincanto, che sembra apparentarlo a una sorta di copia sbiadita dell’angelo della storia di Walter Benjamin: in volo verso l’abisso vorticoso del futuro ma con il volto - stravolto - rivolto verso il passato. Che non passa, e anzi frena (incatena), dilaniando i sogni: non soltanto di gloria, e magari di poesia, ma soprattutto dell’impossibile possibilità dell’amore. 

Sono tragici antieroi postmoderni i due giovani protagonisti del romanzo – filosofico e visionario, sempre in bilico tra Eros e Thanathos - di Ilaria Palomba Homo homini virus, edito da Meridiano Zero come ventesimo titolo della non casuale collana "I taglienti" (pp. 307, euro 18): perché tagliente, e impietosa come un bisturi, è la scrittura della Palomba, poetessa, narratrice, performer e ricercatrice di origini baresi e residenza romana, forte di una solida formazione filosofica affinata, alla Sorbonne di Parigi, in ricerche sulle pratiche della body art con la guida di Michel Maffesoli e, a Roma, dalla frequentazione della scuola di scrittura Omero. Un’autrice di sorprendente talento, Palomba, rivelatasi a 24 anni con i versi d’esordio I buchi neri divorano le stelle (2011), seguiti dal romanzo Fatti male (2012, tradotto in tedesco da Aufbau-Verlag), dalla raccolta di racconti erotici Violentati (2013) e, nel 2014, dal saggio Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art (Edizioni dal Sud). Quello stesso mondo perturbante disvelato in Homo homini virus, in pagine a tratti disturbanti per la crudezza incalzante del linguaggio e altre volte (ad esempio nei registri poetici di Iris, tra le parti più incisive del libro) emotivamente toccanti, in un continuo oscillare da un registro stilistico “alto”, colto e forbito, a una diversa cifra colloquiale-dialogica, dal ritmo (anche troppo) cinematografico. Sul lettore i due stili non sempre amalgamati hanno inevitabilmente una diversa presa, che ne può spezzare (o frustrare) il coinvolgimento: potente, originale e di matrice autentica quello delle ossessioni di Iris, un po' déja vu e (s)forzato quello realistico, con sfoggi di turpiloqui e derive pornopulp di cui non si sentiva francamente il bisogno, visto che la volgarità è ormai un ennesimo conformismo, tutt'altro che provocatorio. E per "scandalizzare il borghese", come certe meditazioni finali dell'autrice in effetti ammettono, in fondo basta l'amore autentico, in un mondo in cui tutto sembra essere falso.

Il fluire del racconto, inappellabile condanna dei meccanismi sociali e comunicativi di una contemporaneità configurata come un grande e insensato vuoto affollato di solitudini, evoca così, dall’inizio alla fine, una sorta di grido silenzioso. Ma ben oltre la nota raffigurazione del celebre dipinto di Munch: in direzione – semmai – del Kenzaburo Oe di Insegnaci a superare la nostra pazzia, o di certe atmosfere del Ryu Murakami di Tokyo Decadence, o delle torbide ambientazioni di Serpenti e piercing di Hitomi Kanehara, o della sessualità sciamanica di Presa elettrica di Randy Taguchi, per fare solo qualche esempio giapponese, solo apparentemente lontano dall’orizzonte di senso (e dalla disgregazione del senso) occidentale del romanzo di Palomba, ma di fatto calzante testimonianza affine a quel mal di vivere giovanile che non conosce, nell'era della globalizzazione, netti confini geografici. La storia di Homo Homini Virus – quasi un viaggio al termine della follia, delle verità nascoste dell’amore, della solitudine degli artisti anche e soprattutto nelle loro pratiche più radicali di manipolazione del corpo - è raccontata in prima persona da Angelo e da Iris attraverso una originale scansione del romanzo per “tracce” musicali anziché capitoli, in un’alternanza di punti di vista che intrecciano come si accennava un meditativo intimismo filosofico, un’introspezione surreale ai limiti del delirio e un violento iperrealismo, intriso di umori, odori e allucinazioni. Sia Angelo sia Iris, pur nella diversità, sono creature abitate dal tormento, che affonda le sue radici in due diverse storie familiari di disperazione e disgregazione. Per meglio dire, sperimentano un’angst ancestrale che è molto più della paura: è l'angoscia dell’inadeguatezza a scendere a compromessi, l’orrore del disagio di civiltà, corroborati da quell’"ospite inquietante" che è il nichilismo, co-protagonista (con il pensiero di Nietzsche, la centralità del corpo e la parziale consolazione della musica) di tutto il libro.

Angelo Del Vecchio, uno dei due io narranti, ha 30 anni, ama il rock e il giornalismo, si è spostato dalla natìa Puglia a Roma per tentare di dare spazio alle sue passioni scrivendo su riviste musicali. Ma imparerà ben presto, frequentando un corso di giornalismo tenuto da un cinico pennivendolo destrorso, Renato Paolini, quanto possa essere devastante la «protervia della comunicazione», con il suo sottobosco di mediocri servi del potere, in un gioco perverso di ipocrisie e rapporti inautentici, segnati dal tradimento della fiducia, da passioni calpestate e vilipese, da competenze sfruttate, ingenuità manipolate, buonafede carpita.

Anche Iris, poetessa alle prese con personali demoni e ossessiva “sacerdotessa” del nocciolo di buio di una body art portata agli estremi (come certe performance del teatro-danza Butoh, per fare un altro esempio dal mondo giapponese), incarna a suo modo lo sfregio dell’innocenza nel mercimonio di una vita basata sullo sfruttamento farisaico dell’umanità a vantaggio dei più furbi, e non necessariamente più forti.

Inevitabile, e fatale, l’incontro tra i due, con un contorno di personaggi (Luisa, l’ambiziosa e doppiogiochista fidanzata di Angelo, Lorenzo-Kurt, l’androgino sodale e fratello di Iris, lo psichiatra fintamente empatico e dialogante, ambiguo come il musicista con cui Angelo lo chiama, Bowie) che contribuiranno ad accentuare le insospettabili affinità elettive tra Angelo e Iris, ma anche l’odio e il risentimento che in loro cova come germe di una drammatica rivolta. Che da vittime li trasformerà infine, a caro prezzo ed oltre la linea d’ombra del buon senso comune, in carnefici. Perché, come dice il filosofo, il veleno che non ti uccide ti fortifica. E forse solo dal caos può davvero nascere una stella danzante. O una possibile redenzione.

Specchio opaco e oscuro di una contemporaneità senza consolazione che non sia lo stordimento lisergico, Homo Homini Virus è anche una meditazione tutt’altro che rassicurante sullo spreco del talento, sulle sfide (individuali e sociali) della contrapposizione tra le ossessioni della “follia” e una sedicente normalità, e sullo scandalo delle menzogne mascherate da verità che costellano il cammino dei più fragili. Non a caso, dopo due folgoranti exergo di Balzac sulla corruzione e di Perniola sulla comunicazione, Ilaria Palomba dedica il suo romanzo «ai santi e ai dannati, agli artisti incompresi, ai folli e a tutti coloro che sono, oggi più che mai, delusi dall’umano». L’autrice ne parlerà oggi alle 16.30 a Napoli, a Palazzo Serra di Cassano, in occasione della presentazione del libro organizzata dalle Associazioni Le Tre Ghinee/Nemesiache e Eleonora Pimentel, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Moderate da Mimma Sardella, interverranno Esther Basile, Rita Felerico, Maria Concetta Piacente, Teresa Mangiacapra con videoriprese di Rosy Rubulotta.
  Ultimo aggiornamento: 15:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA