Il re del latte a processo a Castellammare: «Era amico dei boss ma pagava il pizzo»

Venerdì 16 Ottobre 2020 di Dario Sautto

Un «imprenditore borderline» che era «amico dei boss, ma pagava ugualmente il pizzo alla camorra». E nella sua veste di vittima del racket va risarcito dai clan D'Alessandro e Cesarano, anche se con i capi parla con il tu e arriva ad una sorta di «trattativa» per stabilire il prezzo della rata. Come accade con la vedova del capoclan Michele D'Alessandro, Teresa Martone, oppure con il boss Luigi Di Martino, «o profeta». A tre mesi dalla sentenza di condanna per tutti gli altri imputati del processo Olimpo, nelle motivazioni il gip Valentina Gallo traccia anche la figura di Adolfo Greco, 70 anni, imprenditore del latte di Castellammare, cutoliano della prima ora. A luglio sono stati condannati i primi imputati, coinvolti nel blitz contro l'Olimpo della camorra dell'area stabiese e dei Lattari, quelli che avevano scelto il rito abbreviato per ottenere uno sconto di pena in caso di condanna. Dai quattro anni e mezzo di Teresa Martone e Francesco Afeltra (fratello del boss di Agerola) ai sei anni e quattro mesi di Aniello Falanga (esattore del clan Cesarano), il giudice ha ripercorso singolarmente gli indizi che hanno portato a quelle pene. 

Nella ricostruzione dei singoli capi d'imputazione, viene fuori anche una prima dettagliata descrizione di Greco, che stamattina sarà in aula per raccontare la sua verità. Oggi è previsto a Torre Annunziata il suo esame da imputato nel processo madre, con il pm Giuseppe Cimmarotta che sottoporrà la prima raffica di domande al «re del latte» accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso per aver veicolato due messaggi del racket ad altrettanti imprenditori suoi amici. Ad Agerola, ad esempio, secondo l'Antimafia ha letteralmente consegnato il titolare di un burrificio alle «cure» del racket del clan Afeltra, contattando in prima persona il boss Raffaele «'o burraccione» e suo fratello Francesco per trattare lo sconto sul pizzo dopo le richieste esagerate da parte del primo. Convocandoli alla sede della Cil, l'azienda della famiglia Greco, usando un tono perentorio: «Digli che viene qua da me (Francesco Afeltra) perché io non vengo da nessuna parte, perché sono Adolfo Greco dice l'imprenditore imputato so io che gli devo dire e come lo devo consigliare. Mi sono solo messo per dare una mano a Raffaele (Afeltra)».

Frasi intercettate dagli investigatori e riportate nelle motivazioni della sentenza di primo grado. Greco era già stato condannato per favoreggiamento reale per aver acquistato il castello di Ottaviano per conto proprio del superboss Raffaele Cutolo. Un fatto che sottolinea in più occasioni, anche in un dialogo insolito tra lui, Luigi Di Martino (imputato stamattina con il re del latte) e Giovanni Cesarano, braccio destro del boss. «Anche io ci sono passato» dice Greco, quasi solidarizzando con i vertici del clan Cesarano che erano lì per chiedergli l'aumento della rata del pizzo. Un aumento che Greco tratta in suo favore pagando 12mila euro all'anno anziché i 15mila richiesti. Per questo motivo, però, Greco è anche vittima ed è stato riconosciuto il suo status di parte civile da risarcire come il Comune di Castellammare e le associazioni antiracket.

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