Paliotto: «Banco di Napoli, i conti sono ok ma io mai più presidente»

Mercoledì 4 Maggio 2022 di Nando Santonastaso
Paliotto: «Banco di Napoli, i conti sono ok ma io mai più presidente»

Presidente Paliotto
«La devo interrompere. Non rivesto questo ruolo dallo scorso sabato mattina. Ora sono Rossella. Quanto basta».

Allora Rossella, il suo comunicato è sobrio e come sempre essenziale: ma perché ha lasciato la guida della Fondazione Banco di Napoli?
«Perché il 29 aprile 2022 resterà una data storica per la vita della Fondazione. Nel 2018 abbiamo raccolto un'eredità gravosa, quasi da default con una oggettiva impossibilità di svolgere i nostri compiti di vicinanza ai territori. Ci siamo messi al lavoro alacremente, abbiamo subito tamponato le emergenze, abbiamo programmato, attuato i programmi e raggiunto i risultati prefissati. Concluso il compito, era giusto lasciare».

Abbiamo letto di un bilancio eccellente e di un risanamento strutturale: non ha voluto neanche per un giorno fruire di questa situazione?
«Il bilancio e la situazione patrimoniale sono un dato essenziale. Senza risorse non puoi aiutare nessuno. Ma questo lo abbiamo fatto tecnicamente e con professionalità. Ciò a cui tengo maggiormente è il bilancio sociale che siamo stati capaci di generare: e cioè, la nostra prossimità agli umili ed agli invisibili, la continua ricerca di situazioni di difficoltà a cui abbiamo dato risposte, ad ogni livello. Diciamola sinteticamente: l'azione concreta per gli altri».

Perdoni se insisto, ma qualcuno ha insinuato il dubbio di una sua uscita di scena non proprio tranquilla
«Non condivido. Sono serena. Forse la decisione è stata inattesa per i princìpi che governano i tempi attuali ma certamente non polemica. Venerdì scorso ho appagato ogni mio desiderio nel momento dell'approvazione unanime del bilancio e nella consapevolezza che la missione che appariva impossibile si era concretizzata, con estrema sorpresa degli esperti che mi hanno assistita in questi anni. Avevamo 19 milioni di disavanzo, poi saliti a 35 milioni: avevo calcolato che per azzerarlo ci sarebbero voluti 15 anni, non 3 anni e mezzo come invece è stato. Ero l'unica a crederci, ho avuto fede e ci sono riuscita».

Ma perché tanta determinazione nella scelta di lasciare la presidenza?
«Guardi non imito nessuno Ma ho già traslocato gli arredi della mia stanza».

Ora però si apre un vuoto. Cosa succederà nella Fondazione, chi dovrà sostituirla?
«Nessun vuoto. Il Consiglio di amministrazione prosegue nella sua attività con i suoi tre componenti attuali, poi si completerà per i posti vacanti e proseguirà in continuità sino a novembre, mese nel quale si arriverà alle nuove e definitive elezioni».

Posso chiederle, Rossella, chi vede per la nuova presidenza?
«La fermo anche stavolta. Questo non può chiederlo a me. È competenza ed onere del Consiglio generale e dei suoi componenti. Io posso solo dirle quello che ha caratterizzato l'operato dell'attuale governance: la capacità di ascoltare le esigenze di chi non ha voce, il dedicarsi agli altri, l'operare per risolvere senza tornaconto, l'azione concreta che va ben oltre le parole. Occorre ascoltare la strada, la voce dei vicoli e di chi li popola, solo chi sa ascoltare può dare risposte. Queste azioni sono state poste concretamente in campo grazie alle competenze nella gestione del patrimonio della Fondazione, senza le quali la sensibilità mostrata non si sarebbe tramutata in risultati. Sono le caratteristiche umane e professionali che hanno consentito alla Fondazione di svolgere il suo ruolo nelle società delle sei regioni meridionali in cui opera. Mi creda, non è una funzione, è una missione a cui dedicarsi integralmente, soprattutto in questi tempi».

Un risanamento così forte ha certamente avuto non pochi momenti di svolta: vuole ricordarne qualcuno?
«Potrei dire che le scelte sono state quotidiane. Ma se mi chiedesse di individuare alcuni momenti salienti partirei, in ordine di tempo, dalla fusione per incorporazione della ex Fondazione Carichieti, operazione che per due anni ci ha sostenuto nell'attività e che ha partecipato alla ricostituzione del patrimonio smarrito nelle precedenti gestioni. I napoletani conoscono la gratitudine e non credo che dimenticheranno quell'aiuto essenziale: la riorganizzazione del patrimonio, l'uscita dalle banche e la ricerca di investimenti, fruttuosi, possibilmente in territori del Mezzogiorno, tutte scelte in cui la mia competenza professionale ha dato un preciso indirizzo. Forse dovrei aggiungere la decisione di attivare finalmente un'azione giudiziaria per riscattare, soprattutto moralmente, la dignità napoletana mortificata dalla chiusura del Banco di Napoli. È stato un concreto tentativo di riscrivere una verità storica».

Ha dimenticato l'Unesco?
«No, come potrei, ma è un obiettivo non ancora conseguito e non mi approprio di un risultato non raggiunto. Forse è il mio vero rimpianto di questi anni. La Fondazione ha le carte in regola per ottenere il riconoscimento, tutto è stato fatto e predisposto e la prima fase è stata già superata. Sarà sufficiente seguire l'iter per tagliare anche questo traguardo: solo allora potrà essere aggiunto ai successi della nostra gestione».

Ha già pensato a cosa farà d'ora in poi?
«Come ho scritto nella mia lettera ai Consiglieri generali del primo aprile, ho aziende familiari da dirigere che, in questi anni, hanno molto sofferto la mia assenza. E poi, mi lasci dire, continuerò a dedicarmi a quelli ai quali, per strada, non rivolgiamo mai il giusto sguardo».

 

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