Campania, il Consiglio regionale torna ad assumere mariti, figli e nipoti

Lunedì 22 Novembre 2021 di Adolfo Pappalardo
Campania, il Consiglio regionale torna ad assumere mariti, figli e nipoti

Via a paletti e stop per i parenti in Consiglio regionale. Si ritorna al passato con l’abrogazione, de facto, della norma regionale del 2013 che vietava tassativamente di contrarre comandi e distacchi, presso qualsiasi gruppo politico, di parenti «entro e compreso il terzo grado» dei consiglieri regionali. Colpo di spugna che passa nell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale di venerdì scorso dove il provvedimento di revoca passa all’unanimità. E si ritorna al passato con la motivazione che la norma campana sarebbe troppo stringente rispetto a una delibera dell’Autorità anticorruzione del gennaio 2016. E la norma non viene nemmeno discussa, come se fosse una cosa di routine, e passa all’unanimità senza che nessuno faccia un plissè. Maggioranza e opposizione. 

Negli anni passati il consiglio campano ci ha abituato ad un familismo feroce negli uffici regionali. Con mogli e nipoti di consiglieri regionali assunti negli stessi uffici o in qualche partecipata. Il meccanismo era semplice: contratto di comando o distacco da un altro ente pubblico e via negli uffici ovattati dei gruppi al Centro direzionale. Poi nel 2013 la svolta con la maggioranza di centrodestra che vara, in accordo con il Pd, una serie di norme sotto il cappello di «Campania zero». Non solo riduzione dei gettoni di presenza ma anche il divieto di affidare incarichi a politici in carica negli enti di pertinenza regionale. Di questo pacchetto di norme faceva parte anche una delibera del consiglio regionale (la n.279 del 29 ottobre del 2013) che fissava le incompatibilità per i parenti dei consiglieri regionali sino al terzo grado. «Non possono essere comandati o distaccati presso qualsiasi gruppo consiliare, o possono essere sottoscritti contratti di diritto privato con coloro che - recitava la norma - abbiano con i consiglieri regionali in carica rapporti di parentela o affinità entro e compreso il terzo grado». 

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Ma potevano mai i consiglieri tollerare una cosa del genere? Figuriamoci. E, siamo ad ottobre 2015, la nuova maggioranza di centrosinistra si appresta a cambiare le norme per allargare le maglie per parenti ed affini. Quindi via libera a comandi, distacchi e contratti esterni negli uffici politici. Zii e nipoti, insomma, non hanno più lo stop. Ma tutto si ferma perché la vicenda salta fuori e alla fine non se ne fa nulla. Con il centrodestra e i grillini che si lanciano all’attacco per evitare di abrogare la norma. Forse anche la più avanzata in Italia, per quanto riguarda le regole di ingaggio di parenti e affini. 

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Ma i consiglieri regionali non potevano tollerare un tale stop. Troppo stringenti i paletti specie in questo consiglio regionale dove oramai sono completamente saltati gli steccati tra maggioranza e opposizione in nome della stagione Covid. Ed ecco come venerdì scorso al nono punto dei 12 ordini del giorno in discussione nell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale si presenta, a firma del vertice Gennaro Oliviero, la revoca della famosa delibera n.279 del 29/10/2013. Quella, appunto, che fissa lo stop ai contratti (che sia comando, distacco o diretti) per i parenti dei consiglieri regionali sino al terzo grado. In qualsiasi gruppo politico e non solo in quello di appartenenza del consigliere. Per evitare, tanto per capirci, che un politico assuma il parente di un collega di un altro partito. Magari scambiandosi il favore, come pure è accaduto. Tutto motivato da un paio di delibere regionali di quest’anno che fissano la spesa totale per il personale dei gruppi, da una delibera dell’Anac e dalla legge 190/2012 che fissa un complesso normativo generale sugli obblighi di fedeltà e correttezza dei dipendenti pubblici. 

E pertanto venerdì, in un rigo, alla fine si revoca la delibera del 2013 e si decide «di applicare ai collaboratori politici i divieti ordinariamente previsti dal codice di comportamento approvato con Dpr n.62 del 16/42013». Un codice, detto per inciso, che disciplina solo il comportamento per i dipendenti allorquando debbano «prendere decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri, ovvero di suoi parenti, affini entro il secondo grado, del coniuge o di conviventi». È l’articolo 7. Ma, escluso quest’ultimo, nessuna norma vieta ora l’ingresso di parenti presso i gruppi politici. 

Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 12:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA