Caso David Rossi: Maresca e Nonno discutono del libro «Una storia sbagliata»

Giovedì 19 Maggio 2022 di Emiliano Caliendo
Caso David Rossi: Maresca e Nonno discutono del libro «Una storia sbagliata»

«Dalle 18 alle 20 è probabile che abbia avuto un incontro finito male, forse con una colluttazione, come riferito dal colonnello Zavattaro. I fazzoletti sporchi di sangue sono compatibili con una ferita che ha sul labbro non riconducibile alla caduta. La magistratura l’ha attribuita al suo divincolarsi e al suo risalire sul davanzale in un momento di ripensamento. Come è possibile allora che i fazzoletti siano lì? Si è ferito sul davanzale, ha buttato i fazzoletti, ci ha ripensato e poi si è buttato giù? I fazzoletti distrutti erano sei». Così Pierangelo Maurizio, giornalista e scrittore, racconta uno dei tanti elementi oscuri che avvolgono la morte di David Rossi, capo dell’area comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, trovato morto sulla strada su cui si affacciava il suo ufficio presso la sede dell'istituto bancario Rocca Salimbeni. Il cronista, che ha seguito da vicino il caso per cinque anni in qualità d'inviato della trasmissione Quarto Grado, ha ricostruito quello che è forse l’ultimo dei misteri italiani in un libro intitolato «Una Storia Sbagliata, David Rossi & Mps, un mistero italiano». L’opera è stata presentata a Napoli presso la Sala del Consiglio comunale di via Verdi. La presentazione, moderata dal giornalista Paolo Trapani, ha visto intervenire Catello Maresca, magistrato e consigliere comunale, Marco Nonno, consigliere regionale (al momento sospeso) di Fratelli d’Italia, Giorgio Longobardi, consigliere comunale di Fratelli d’Italia e Ferruccio Fiorito, avvocato civilista.

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«È arrivato il momento di capire le anomalie che appartengono a questa storia. La terza indagine che si apre a Genova sulle indagini dei magistrati senesi, si è conclusa con un'archiviazione. Per poi essere riaperta lo scorso anno a fronte delle clamorose novità che emergono dai lavori cominciati da pochi mesi dalla Commissione Parlamentare d'inchiesta», ricorda l’autore del libro che, pur non avendo conosciuto Rossi, attraverso il suo lavoro d’inchiesta, ne traccia un profilo professionale e personale ben preciso. «David era un giornalista, persona colta e raffinata, amante dell'arte. Comincia con la gavetta e rifiuta il modello Siena (con la banca Monte dei Paschi al centro del sistema economico e politico cittadino ndr), che sul territorio ogni anno riversa una ricchezza senza fine. David, quindi, rifiuta l'approdo garantito in banca, cominciando la sua carriera come grafico. Dopo una serie d'incontri con uomini di potere, come giornalista si ritrova dopo pochi anni ai massimi livelli: responsabile dell’area comunicazione della banca più antica nel mondo. Ha il tallone d'Achille, però, di chi ha fatto la gavetta. Ossia tiene molto al suo ruolo e alla sua immagine. E incespica in un meccanismo che lo ha stritolato». C’è infatti un episodio, ricostruito all’interno del volume, a partire dal quale la vita di David Rossi sembra avviarsi inesorabilmente verso quella che sarà la sua tragica fine. «Abbiamo – sottolinea Maurizio - alcune tracce che ci dicono che David entra in questo cunicolo del terrore il 19 febbraio 2013, quando subisce una perquisizione. Anche se, da un punto di vista delle indagini, quella perquisizione, sulle vicende della banca, ha esito negativo. David Rossi esce da quell’episodio terrorizzato, con la paura di qualcosa. Ci dà delle indicazioni Fabrizio Viola, l'allora amministratore delegato di Mps, che racconta ai pm, e ritengo questo come uno degli aspetti non approfonditi, che David era preoccupato che qualcuno lo volesse incastrare. Tanto da far ritenere a Fabrizio Viola che qualcuno lo ricattasse. Questi elementi indicano qualcosa di personale». Rispondendo ad alcune domande del pubblico presente, il giornalista trae una conclusione amara ma realistica - considerando che il caso si è concluso con due archiviazioni - per tutti coloro che anelano a una verità su una storia piena di lacune e ombre. «Che cosa sia successo è ancora tutto da stabilire. Il suicidio così com’è stato descritto è impossibile. È stato certamente un omicidio? Non lo so. Non ci sono tracce che ci permettono di dare una preferenza a questa soluzione. Dico che sono aperte tutte e tre le ipotesi: omicidio, suicidio, incidente. Certo è che se si arrivasse alla conclusione che David Rossi è stato spinto a uccidersi sarebbe ancora più preoccupante e sarebbe da capire che cosa si è messo in moto in questa vicenda per portare David Rossi a porre fine alla sua vita. David - conclude - non sfidò quel sistema, ma ne era la crepa».

Il libro di Pierangelo Maurizio conduce il giudice Maresca, che da pm fece arrestare i boss dei Casalesi, Antonio Iovine e Michele Zagaria, ad alcune non scontate riflessioni sulla sua categoria professionale. «Recentemente c’è stata una sentenza di assoluzione legata alle vicende del Monte dei Paschi di Siena. I magistrati sono essere umani che sbagliano. Nei fatti di sangue la polizia giudiziaria che interviene non dovrebbe fare nulla. Perché in quel momento la gestione delle attività spetta esclusivamente al pubblico ministero. Non si può toccare niente. Condizionare la scena di un crimine può portare a conclusioni sbagliate in un processo», spiega Maresca in riferimento al modo con cui sono state condotte le indagini, soprattutto nelle ore immediatamente successive alla caduta dal terzo piano di Palazzo Salimbeni che costerà la vita a Rossi. «Le attività investigative spesso sono tante e tali che non possono essere fatte tutte con la stessa attenzione e non tutte poi portano al raggiungimento dell’obiettivo e alla ricostruzione profonda della verità. Che cosa c’è dietro lo dirà la commissione d’inchiesta e i colleghi di Genova che hanno riaperto il caso sulla gestione delle attività investigative». «Resta un grande dubbio, alimentato anche da questo libro», chiosa il capo dell’opposizione in Consiglio comunale, che stigmatizza così il recente sciopero della magistratura contro la riforma Cartabia: «Non ho aderito allo sciopero e non condivido questa modalità di manifestazione. Ero, come tanti altri colleghi, oltre il 50%, a lavorare in ufficio e a rispettare le decisioni che vengono prese altrove».

Una riflessione sulla giustizia viene anche dall’esponente di FdI, Marco Nonno, tra gli organizzatori dell'evento. Il consigliere regionale a metà gennaio scorso era stato assolto in appello dal reato di devastazione nell’ambito dell’inchiesta riguardante le proteste contro la discarica a Pianura nel 2008, dopo una condanna di otto anni e sei mesi in primo grado. È stato però condannato con pena sospesa per resistenza a pubblico ufficiale. Per questo motivo, è stato sospeso dalla carica elettiva in applicazione alla legge Severino. «Soltanto chi ha la sfortuna d'incappare nelle maglie della giustizia, deve avere la forza di volontà, le spalle forti, e anche il portafoglio per far affrontare questi problemi. Lo dice uno che per 14 anni è stato processato per la rivolta di Pianura, assolto da reati gravissimi a gennaio, e oggi mi ritrovo a dover affrontare un processo in Cassazione. Dico che il problema giustizia esiste, e io più di prima me ne rendo conto perché ci sono capitato. Perciò, invito i cittadini ad andare a votare al referendum, indipendentemente dalla posizione che prenderanno». L’abolizione o meno della legge Severino, è uno dei quesiti referendari sulla giustizia su cui Nonno adotta, a titolo personale, una posizione contraria a quella che è la linea nazionale del suo partito: «Ho detto che se mi trovassi in Parlamento, voterei come mi viene richiesto dal partito. Trovandomi in una condizione di sudditanza della legge Severino, la reputo ingiusta. Perché sono stato assolto, mi è stata revocata l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e adesso mi trovo sospeso per un anno ai sensi di una legge che di democrazia non ha nulla. Ho presentato dei ricorsi amministrativi su questo problema e ne discuteremo il mese prossimo». «Ritengo – conclude Nonno – che la legge Severino debba colpire determinati reati non tutti, soprattutto i reati amministrativi commessi dai politici nell’esercizio delle proprie funzioni, il reato di resistenza a pubblico ufficiale che mi vede coinvolto e soggetto alla legge Severino, è un reato in cui tutti gli amministratori possono incorrere. Ho fatto una protesta per non consentire l’apertura di una discarica alla camorra, alla cattiva politica e agli affaristi. Non posso pagare per aver messo la mia faccia, la mia esperienza politica al servizio dei cittadini».

 

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