Castellammare, il gran ritorno di Forza Italia

di Adolfo Pappalardo

Inviato a Castellammare

Non è il trauma di otto anni fa. No: stavolta, nella terza repubblica a trazione leghista, non è più un tabù che Castellammare, la fu Stalingrado del Sud, venga conquistata dal centrodestra con Gaetano Cimmino. Asfaltato il Pd che ha provato a mettere sul tavolo da gioco la carta di un nome ex azzurro e si è ritrovato fuorigioco già due settimane fa. Via, fuori dalla strada verso palazzo Farnese anche Andrea Di Martino, ex democrat poi a capo di un polo di moderati, che ha sfidato Cimmino al secondo turno. Addio alla sinistra che si è divisa e frastagliata consegnando la città al centrodestra. Vittoria netta che si cristalizza già a mezzanotte, quando i supporters di questo ingegnere oggi azzurro, con un passato da segretario cittadino del Pd, danno il via ai fuochi d'artificio davanti al suo comitato elettorale. «Governeremo per il rilancio della città», dice Cimmino mentre piange di gioia. Annaffiato dallo spumante tra bandiere azzurre. Piange, abbraccia e bacia tutti. «Lavoreremo da subito per il bene della comunità, senza esitare», riesce a dire prima di essere sballottato dai suoi che lo tirano da ogni dove. «Sindaco, sindaco», urlano su questa parte di lungomare che è l'anticamera della nuova avventura alla guida della città delle terme, capace però di cannibalizzare ben tre sindaci in appena otto anni. Ma non c'è tempo per pensarci stasera, meglio concentrarsi sulla vittoria e sullo scarto vittorioso agguantato subito nei quartieri della periferia, in particolare Annunziatella e Ponte Persica.

SCARSA AFFLUENZA
Eppure non è stata certo enorme l'affluenza: davanti al liceo classico Plinio ieri non c'è stata la folla di galoppini e supporters di due settimane fa e alla fine si sono recati al voto appena il 35,14 per cento degli elettori. Circa due punti in meno del ballottaggio di due anni fa quando proprio Cimmino fu sconfitto dal sindaco democrat Antonio Pannullo. Ma stavolta è andata bene. Stavolta, con i vecchi partiti ormai capaci di autodistruggersi, mischiarsi tra loro pur senza la presenza dei Cinque Stelle per poi arrivare a una sfida anomala: da un lato Cimmino, dall'altro Andrea Di Martino, ex vicesindaco democrat e poi in corsa con una coalizione di moderati.

IL FLOP MACRONIANO
Tutto cambiato, partiti finiti nel frullatore locale (a cominciare dal Pd). Ed ecco due settimane fa lo scenario di Cimmino che raccoglie il 32,5% delle preferenze con le sue sette liste, e Di Martino, candidato sindaco delle otto liste del grande centro, che grazie al 22,3% dei consensi riesce a battere pure il farmacista Massimo de Angelis, appoggiato dal Pd nonostante il suo passato nelle fila di Forza Italia in nome di un fallimentare progetto macroniano. Progetto che ha lasciato a terra solo morti e feriti, a cominciare proprio dal segretario pd Nicola Corrado, dimessosi dopo il mancato obiettivo del secondo turno. E se qualcuno pensava a un ribaltamento del risultato, magari contando su quell'orgoglio di sinistra che era un tempo nel dna degli stabiesi, non aveva messo in conto le gelosie e le rivalità interne della ex famiglia del Pci. Perchè i candidati sindaci fatti fuori già dal primo turno non hanno dato indicazioni di voto ai propri elettori. Non l'ha fatto Tonino Scala di Liberi e Uguali e nemmeno il Pd, ormai senza guida. Tutto saltato, tutto lasciato andare via per mollare al centrodestra palazzo Farnese, dimenticando i veleni della campagna elettorale. «Abbiamo lottato in tutti i modi ma non siamo riusciti a convincere i cittadini e chi aveva timore delle destre. Mi dispiace», dice lo sfidante Andrea Di Martino che ammette: «Il centrodestra è stato capace di essere compatto. E vincere». Cimmino riuscirà a terminare il suo mandato? «Mi auguro di sì, per il bene della città», commenta lo sconfitto. Anche perché sarebbe una maledizione per Castellammare.
 
Lunedì 25 Giugno 2018, 10:34
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