Coronavirus, chiusi cinema e teatri: «Niente spettacoli, dateci il reddito di quarantena»

Domenica 8 Marzo 2020 di Giovanni Chianelli
Coronavirus, chiusi cinema e teatri: «Niente spettacoli, dateci il reddito di quarantena»

Lo chiamano «reddito di quarantena»: ovvero un fondo che garantisca continuità salariale a chi è costretto allo stop dell'attività. Lo chiede a gran voce un coordinamento di lavoratori dello spettacolo, in periodo di fermo per via del decreto di contrasto al contagio da Coronavirus che di fatto ha sospeso o annullato le produzioni teatrali, i concerti e le manifestazioni artistiche almeno fino al prossimo 3 aprile.

Il coordinamento si è costituito il 5 marzo a Napoli, dove è partito da circa 100 precari, tra i 25 e i 55 anni, ma mira a raggiungere tutta Italia. Sono tecnici di palco, attrezzisti, macchinisti, datori luci; ma anche costumisti e scenografi, attori precari e fonici. Nel giro di 24 ore la pagina Lavoratrici e lavoratori dello spettacolo per il sostegno al reddito ha avuto mille adesioni e ai precari partenopei se ne sono aggiunti un altro centinaio da Roma, più molti dal Nord alla Sicilia. Sono migliaia, infatti, gli intermittenti dello spettacolo, come si autodefiniscono: non sono legati né a teatri né a compagnie. Di sicuro hanno solo il fatto di essere tra le principali vittime dei provvedimenti antivirus.

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La mobilitazione è stata lanciata da Samos Santella, napoletano, 55 anni, figlio d'arte - il padre Mario è un regista teatrale, la madre Maria Luisa un'attrice che al cinema è stata diretta da Ettore Scola - e fratello di Valia, sceneggiatrice (ha curato la stesura di Mia madre di Nanni Moretti). Una vita nello spettacolo, insomma. Lavora come elettricista per il teatro ed era impegnato con la compagnia di Vincenzo Salemme al Diana quando è scattato il provvedimento contro l'affollamento nei luoghi pubblici. «Noi siamo i precari per eccellenza. Ai problemi strutturali del nostro lavoro si aggiunge questa emergenza che sta fermando tutto» dice. La situazione è drammatica: oltre agli spettacoli in corso, che sono stati bloccati, si sono fermati quelli in procinto di partire. Un intero sistema è andato nel caos e agli anelli deboli della catena è andata peggio di tutti: «Le produzioni grandi, i teatri prestigiosi e i maggiori service iniziano a battere cassa con le istituzioni, ma molti di noi attori e tecnici non abbiamo nessuna associazione che ci tuteli».

In alcuni casi le produzioni che hanno sospeso le attività continuano a riconoscere un minimo sindacale, che quindi vale ai fini della disoccupazione. In altri no, e se la scrittura non è stata portata a termine i precari ricevono un licenziamento per giustificato motivo e perdono giorni utili per l'indennità, la cosiddetta Naspi. «Ancora peggio stanno i lavoratori a partita Iva che non godono di alcuna copertura» sottolinea Santella.
 


Tra le richieste del coordinamento c'è quindi il blocco dei pagamenti, dai mutui alle tasse e alle cartelle esattoriali e la normalizzazione dei contratti atipici, a partire da una copertura per le partite Iva. E poi chiedono che, per l'accesso alla Naspi, venga abolito il ticket licenziamento a causa della crisi Covid 19. Conclude Santella: «Di solito se si perde un lavoro perché la produzione non parte più se ne trova facilmente un altro, ma adesso nessuno di noi ha alternative. E poi il provvedimento ministeriale divide ancora di più tra precari di serie A e di serie B, se è consentito così definirci: ovvero se stai in una compagnia forte recuperi quando l'emergenza è finita, altrimenti la produzione salta e con questa anche il lavoro futuro».

In una nota l'Artec, la sezione dell'Agis che si occupa di teatro, chiarisce la posizione della categoria in merito: «Ci sentiamo responsabili nei confronti delle maestranze che concorrono allo specifico processo di lavoro previsto nei luoghi di spettacolo, e degli attori che in palcoscenico non possono mantenere la distanza di sicurezza». Prosegue la nota: «Non è semplice, né indolore, il rientro improvviso delle compagnie da tournée interrotte bruscamente. Il tutto in una situazione aggravata dal fatto che l'atipicità dei contratti dei lavoratori dello spettacolo - che non prevedono Cig in deroga, disoccupazione o altri ammortizzatori sociali - non ci consentono di garantire gli attuali livelli occupazionali». 

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