Coronavirus in Campania, De Luca chiude quasi tutto: «È guerra, non c'è tempo e non aspetto nessuno»

Sabato 21 Marzo 2020 di Adolfo Pappalardo

«Siamo in guerra, siamo in guerra». Sono giorni che il governatore De Luca non fa che ripeterlo ai suoi. E, quindi, pugno duro e militarizzare, sono le parole d'ordine dell'ex sindaco di Salerno che in questa fase d'emergenza si muove nel modo a lui più congeniale: decidere lui, direttamente, senza andare troppo per il sottile. E, soprattutto, senza attendere premier e governo. Lui va nella sua direzione a prescindere. E non fa nulla, vedi anche ieri, che il suo partito e i ministri del Pd invitino i governatori a coordinarsi con l'esecutivo.

E mentre i suoi colleghi della Lombardia o del Veneto chiedono e invocano provvedimenti del governo, lui di suo pugno scrive decreti. Tanto che, paradossalmente, in queste ore c'è più gente in giro in Lombardia, il centro del contagio Coronavirus, che nemmeno in Campania. Grazie a ordinanze regionali che in Campania sono più che restrittive che nel resto del Paese. E pure chi ha fatto ricorso al Tar non ha trovato, di questi tempi dove i contagi continuano a salire, un giudice amministrativo che ha dato torto al governatore.
 

 

E ieri ecco un altro decreto annunciato, come al solito, su Facebook (dove, negli ultimi 30 giorni, l'ex sindaco di Salerno risulta il politico italiano più presente e che ha dato i maggiori introiti al colosso americano) e poi licenziato dopo qualche ora. Che poi è un provvedimento tutto sommato morbido perché il governatore voleva chiudere tutto. Anche le aziende private salvando solo gli approvvigionamenti alimentari. Perché, è il ragionamento, che fa con i suoi, «si deve fermare tutto, se volgiamo fermare il virus». Il nemico, in questo caso e «come accade nella seconda guerra mondiale, devono rimanere aperte solo le fabbriche belliche». E se allora erano aziende di armamenti, stavolta per il Covid dovrebbero essere in attività solo quelle impegnate direttamente nell'emergenza sanitaria o che si convertono allo scopo. E se qualcuno pensa che De Luca segua questa rotta solo per un mero calcolo elettorale si sbaglia di grosso: si muove a suo agio con i poteri straordinari che un'emergenza comunque gli concede. Ben sapendo poi come il suo feeeling con i campani sia cresciuto negli ultimi giorni conquistando anche chi non era certo un suo fan e senza che l'opposizione abbia la forza di fare un rilievo. «Stiamo lavorando in pieno spirito collaborativo come è giusto che sia e non appena facciamo un piccolo appunto su De Luca o palazzo Santa Lucia ci saltano addosso anche i nostri. È accaduto l'altro giorno per un post assolutamente innocuo», confessa un consigliere regionale grillino.

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E se sarebbe stato assai difficile far digerire agli imprenditori la chiusura delle aziende solo in Campania, ecco lo stop ai cantieri edili come, proprio due giorni fa, aveva sollecitato su Il Mattino la presidente dei costruttori napoletani Federica Brancaccio. Sui servizi comunali poi, lo stop era quasi scontato: «Vi sembra normale che, di questi tempi, qualcuno vada all'anagrafe a chiedere un certificato di residenza?», si domandava ieri nella sua consueta tribuna settimanale su una tv salernitana. Ed ecco la chiusura mentre è lui stesso ad attaccare il governo perché è troppo morbido e fa capire addirittura alle forze polizia come in Campania «una mia ordinanza in materia sanitaria vale più di quella del premier». Salvo annunciare poi una denuncia nei confronti di un graduato che ha osato non dare seguito all'ordinanza sulla corsa.
 


Naturale come questi toni da generale non piacciano proprio al Pd, il partito di De Luca, che ieri pomeriggio è costrdtto a diramare una nota. «Evitiamo di alimentare rincorse alle chiusure laddove le autorità sanitarie, per specifiche condizioni territoriali, non valutino diversamente. Il governo e le regioni concordino su cosa è indispensabile continuare a produrre, distribuire e commercializzare per garantire la sopravvivenza, e cosa si può fermare», scrive la segreteria nazionale del Pd che tenta di stoppare l'iper attivismo delle Regioni. «E si smetta di invocare ogni giorno nuove misure. Concentriamoci, invece, sulla responsabilizzazione dei comportamenti individuali e sui controlli affinché chi non ha capito il pericolo, o disattende le direttive, venga bloccato e gli venga impedito di nuocere a se e agli altri. Ancora una volta: non è tempo di propaganda, è tempo di avere serietà e responsabilità».

Stessa raccomandazione fatta ieri dal ministro democrat Francesco Boccia nel coordinamento con Regioni, Anci e Upi: «Non fate ordinanze singole perché non incidono se non sono omogeneizzate con le indicazioni dello Stato. Non conta quante ordinanze si fanno perché alla fine dell'emergenza tutti saremo giudicati sull'aumento delle terapie intensive, su quante vite umane si saranno salvate e su come e quanto avremo difeso il diritto universale costituzionale alla salute». 

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