Rifiuti, la rivelazione del pentito di camorra: «Così Cosentino e i clan salvarono Napoli»

Domenica 2 Giugno 2019 di Leandro Del Gaudio
La definisce una «intuizione brillante» da parte di un politico e di un uomo di governo all'apice della sua carriera (nazionale): un'intuizione che sarebbe comunque riuscita a sbloccare le pastoie della crisi dei rifiuti a Napoli e in Campania (crisi di risonanza nazionale), dando così la stura alla cavalcata elettorale di Silvio Berlusconi.

A parlare, lo scorso 14 novembre, è il pentito Nicola Schiavone, che punta l'indice contro l'ex sottosegretario al governo Berlusconi Nicola Cosentino, nel corso di un verbale finito in questi giorni agli atti del processo d'appello - sempre e comunque a carico di Cosentino (processo «il Principe e la ballerina», sui finanziamenti a un centro commerciale mai realmente nato).
 
Dinanzi ai pm Graziella Arlomede e Fabrizio Vanorio (magistrati in forza al pool guidato dall'aggiunto Luigi Frunzio), torna a sedersi Nicola Schiavone, classe 1979, figlio del più noto Francesco «sandokan» Schiavone, per raccontare un retroscena, un presunto accordo tra politica e camorra, affari e voti che si sarebbe giocato all'ombra dell'emergenza rifiuti a Napoli.

Pagine buie, ricordate quelle immagini? L'intera area metropolitana seppellita da cumuli di spazzature, zero turisti a Napoli, roghi accesi ogni notte. Ma a sbloccare tutto ci avrebbe pensato Nicola Cosentino, almeno secondo i ricordi di Nicola Schiavone, che decide di integrare con poche righe quanto aveva messo a verbale in un precedente interrogatorio. Al centro del suo interrogatorio, la riapertura del sito di Ferrandelle, che era di proprietà proprio della famiglia Schiavone (tanto che venne anche confiscato). Sotto i riflettori tornano quei sei mesi iniziali del 2008, che rappresentano anche il punto di svolta tra il governo Prodi e il nascente esecutivo Berlusconi, che fece della lotta all'emergenza rifiuti uno dei punti chiave della sua affermazione elettorale.

Spiega il pentito: «Nei verbali precedenti mi sono riferito ad un intervento a livello politico di Nicola Cosentino. In questa sede preciso che effettivamente si trattò di una intuizione brillante del Cosentino, il quale, individuando quel sito si garantì da un lato la benevolenza dei politici nazionali della sua coalizione, primo tra tutti Berlusconi (che è ovviamente estraneo all'inchiesta in corso), che in quel momento era in campagna elettorale per le politiche, ma anche degli imprenditori che avrebbero effettuato trasporti; dall'altro poi, in caso di fallimento, Cosentino avrebbe potuto dare la colpa ai cittadini che protestavano, appoggiati dai casalesi».

Doverosa a questo punto una precisazione: difeso dai penalisti Agostino De Caro e Stefano Montone, Nicola Cosentino non aveva ruoli ufficiali in seno al commissariato antirifiuti, né avrebbe potuto da solo sponsorizzare un sito di interesse militare, senza per altro il via libera del Ministero o di pool di geologi ed altri esperti. Poi ci sono le date e altri riscontri oggettivi - come ricordato dalle difese -, che rimandano alla riunione del gennaio 2008 in cui si decise di aprire Ferrandelle, al termine di un vertice del commissariato straordinario nel corso del quale Forza Italia (quindi il partito di Cosentino), si schierò all'opposizione.

Ma torniamo al racconto di Schiavone jr: «Certamente in quest'affare vi fu una convergenza tra gli interessi di Cosentino e di Michele Zagaria, ma non conosco i termini dell'accordo e chi svolse un ruolo di intermediario, a parte Scialdone e gli imprenditori Madonna e Caprio».

Uno scenario che ora attende la valutazione dei giudici della Corte di appello di Napoli, dopo l'esame di Nicola Schiavone condotto dal pg Carmine Esposito, anche per definire l'attendibilità del pentito di casa Schiavone. Passaggi chiave anche in vista di un altro appuntamento processuale, con l'udienza in Cassazione del prossimo 4 giugno, dove la suprema corte dovrà esprimersi nel cosiddetto processo carburanti, dal quale Nicola Cosentino e i suoi fratelli sono stati assolti in appello. © RIPRODUZIONE RISERVATA