Inchiesta Sma, il funzionario confessa: «Appalti gonfiati e tangenti, ecco i nomi dei complici»

Giovedì 11 Marzo 2021
Inchiesta Sma, il funzionario confessa: «Appalti gonfiati e tangenti, ecco i nomi dei complici»

Ammette, confessa, chiama in causa. Racconta e fa nomi. Non solo sul passato, ma anche su vicende recenti, che approdano addirittura all'ottobre del 2020. Interrogatorio terremoto per l'ingegnere Giacomo Perna, ex rup delle gare legate alla bonifica degli impianti di depurazione di Napoli est. Finito agli arresti domiciliari nel corso dell'inchiesta sulla Sma Campania - quella, per intenderci sulle mazzette per gettare i fanghi a mare - Perna decide di confessare. Un interrogatorio fiume che sta scuotendo i nervi di chi fino a questo momento - nel corso degli ultimi anni - è rimasto al riparo da veleni, indagini e perquisizioni. Ma torniamo al racconto di Perna. Quindici giorni fa, gli arresti che hanno coinvolto gli ex vertici della Sma, la partecipata regionale che si occupa di gestire la bonifica dei depuratori in Campania. Ricordate i titoli di giornale? Milioni di euro a trattativa diretta per non risolvere l'emergenza ambientale - anzi - per cavalcarla e controllare il flusso di soldi sbloccati a trattativa diretta. Appalti assegnati con la procedura di emergenza, sempre agli stessi interlocutori. E non solo. Appalti resi possibili grazie a un sistema di sovraffatturazione che ha prodotto costi per interventi e lavori mai realizzati. Interventi raddoppiati per pulire vasche, per riparare impianti, per sostituire pompe, che servivano - è questa la realtà ammessa oggi dall'ex dirigente - solo ad alimentare un vorticoso giro di denaro. E di mazzette. Tanto che, in cambio dell'assegnazione certa dei lavori, sempre allo stesso imprenditore, c'erano mazzette da 1500 euro al mese. Che poi diventano 4mila euro al mese nell'ottobre scorso, quando il rup cresce di livello, si afferma e viene promosso. E chi era l'imprenditore beneficiato da un simile sistema? Stando alle carte, quel Salvatore Abbate, oggi noto come mister 4 milioni di euro, perché conservava in cantina una montagna di soldi. Fondi neri, secondo l'inchiesta condotta dai pm Ivana Fulco e Henry John Woodcock, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Lucantonio e dello stesso procuratore Gianni Melillo.

Ma torniamo all'interrogatorio confessione di Perna. Difeso dai penalisti Alfredo Capuano e Salvatore Nugnes, il dirigente racconta il metodo, quello che potrebbe essere definito il sistema Sma (almeno in relazione alla gestione culminata nel coinvolgimento dell'ex numero uno Lorenzo Di Domenico): «Dal 2016 ho cominciato ad alterare i lavori». Ma in che cosa consiste? «Falsificavo i certiicati relativi all'attività che non vengono compiute». Già, ma in cambio di cosa? «Di 1500 euro al mese. All'inizio erano degli spot, insomma degli una tantum, assieme ad alcuni regali. Poi è diventato un fisso al mese, non che ne avessi bisogno, cresciuto nel corso del tempo, anche in relazione alla mia posizione in azienda». E quando nel 2020 sono diventato rup della gara, si è organizzato un contratto: siamo passati a 3500 e 4000 mila euro al mese». Ammissioni che fanno emergere uno spaccato di possibili collusioni, su cui ora la Procura intende vederci chiaro. Possibile che in questi giorni, anche in vista del giro di boa del Riesame (a partire da lunedì prossimo), Perna venga ascoltato di nuovo, questa volta nel corso di un colloquio investigativo con i titolari delle indagini. 

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Gonfiavo e contabilizzavo, spiega Perna. Già, ma - oltre ad assumersi responsabilità diretta - chiama in causa anche collaboratori interni, di cui fa nome. Prende in considerazione la posizione di capi manutenzioni e di gestione, che avrebbero usufruito dello stesso trattamento: quello previsto dal sistema Abbate, che può essere definito anche sistema Sma.

Difeso dai penalisti Vincenzo Maiello e Leopoldo Perone, Abbate si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in cella, alle prese delle verifiche condotte dalla Finanza del colonnello Agostino Tortora, nello stesso scenario investigativo che ha visto in prima linea gli uomini della Mobile del primo dirigente Alfredo Fabbrocino. Una vicenda nella quale il gip ha rigettato la richiesta di revoca dei domiciliari per Di Domenico (difeso dall'avvocato Giorgio Pace), che attende ora il giro di boa del Riesame. Difesi, tra gli altri, dai penalisti Giovanni Abet (che assiste il sostituto commissario Vittorio Porcini), Andrea Imparato, Roberto Saccomanno, alcuni protagonisti di questa vicenda sono pronti a dimostrare la correttezza della propria condotta.

E sono i vertici dell'attuale management della Sma a prendere le distanze rispetto all'andazzo culminato cinque anni fa nell'inchiesta di Fanpage (quella del pentito Nunzio Perrella), nel rimarcare una linea di cesura dal passato. Uno scenario che fa comunque i conti con gli appalti dati ad Abbate e le tangenti retrocesse a fine mese a soggetti ora più che mai nel mirino della Procura.

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